Le sfide ed i paradossi del settore delle telecomunicazioni in Italia

Quali sono le sfide ed i paradossi del settore delle telecomunicazioni in Italia? Il settore delle telecomunicazioni è fatto di paradossi: nel complesso cresce, ma alcuni suoi comparti calano; ha aperto la rivoluzione tecnologica, ma dalla tecnologia digitale è stato messo in ginocchio e così via. Eppure è proprio da questi paradossi che bisogna ripartire per uscire definitivamente dalla crisi.

Già in un precedente articolo abbiamo parlato della situazione generale del settore telecomunicazioni sia in Italia che in Europa, rilevando un dato fondamentale, ovvero che l’intero comparto si trova in una situazione ambigua, divisa com’è tra difficoltà e opportunità.

È interessante notare che più si studia la situazione delle Telco, in particolare quelle italiane, e più ci si rende conto che questi paradossi sono tanti e ricorrenti. Nello stesso tempo, però, essi rappresentano un punto di vista interessante da cui studiare tale comparto, così da averne una visione d’insieme non banale. Anzi, in un certo senso gli stessi offrono l’occasione per riflettere su quali potrebbero essere alcuni interventi efficaci per affrontare i problemi del settore telecomunicazioni e trasformarli in opportunità di sviluppo e crescita.

Questo tipo di riflessione è particolarmente importante se si considera che il segmento TLC è uno di quelli più strategici per il nostro Paese, il suo sviluppo e la sua tenuta in termini di competizione sul mercato. Alla luce di tutto questo può essere utile stilare un elenco di questi paradossi, che altro non sono se non delle vere e proprie sfide che gli operatori del settore dovranno affrontare in futuro, e abbinare a ciascuno di questi un possibile approccio positivo, ben consapevoli del fatto che non esistono ricette infallibili per uscire da una crisi. Ci sono, piuttosto, degli atteggiamenti, che possono aiutare a trasformare ognuna di queste sfide in una opportunità.

 

Un settore che cesce, ma in modo disomogeneo

La rappresentazione plastica della situazione “bipolare” del settore TLC è dato proprio dal rapporto di Assintel 2020, che ne fotografa la situazione nazionale ed internazionale.

Quello che emerge è che l’approccio delle imprese italiane rispetto all’innovazione digitale è cambiato rispetto al passato. In precedenza, le aziende italiane generalmente avevano un atteggiamento per così dire “attendista” rispetto alle nuove tecnologie, immettendole nei propri business solo quando queste avevano raggiunto un certo livello di maturazione. Adesso, invece, il mercato richiede velocità di esecuzione e time to market sempre più ridotto.

Per questo, il livello di penetrazione delle nuove tecnologie nelle nostre aziende raggiunge livelli di penetrazione di poco inferiori rispetto a quelli di altri Paesi più tradizionalmente aperti all’innovazione tecnica – come la Germania, l’Inghilterra e il Nord America. A questo si aggiunge il fatto che l’innovazione digitale non è più limitata ai grandi gruppi industriali; al contrario, la trasformazione digitale ha permesso una democratizzazione della tecnologia. Risulta, infatti, che anche le piccole e medie imprese italiane sono in grado di integrare al loro interno delle tecnologie innovative, capaci di avere un impatto positivo sulla produzione.

Per via di queste due tendenze, il comparto ICT anche nel 2019 ha fatto registrare un tasso di crescita del 2,3%, con una spesa da parte delle aziende italiane che supera i 31 miliardi di euro, proiettando il comparto stesso verso una conferma di crescita anche nel 2020 che dovrebbe portarlo a superare i 32,4 miliardi di euro di investimenti ICT aziendali entro il 2022. A questo si aggiunga che anche il segmento IT ha registrato nel 2019 una spesa complessiva superiore ai 24,2 miliardi di euro, in crescita del 3,8% rispetto all’anno precedente, grazie soprattutto alla componente software.

In questo caso, il paradosso sta nel fatto che a fronte di questi trend positivi del settore se ne associa un altro caratterizzato da dinamiche contrarie. Se si osservano, infatti, i dati relativi ai Servizi di Telecomunicazione si nota una flessione della spesa da parte delle aziende che arriva poco al di sotto dei 7 miliardi, facendo segnare un -2,7% rispetto al 2018. Come superare questo “paradosso”?

Appare chiaro che i servizi di telecomunicazione tradizionali sono in contrazione e tale trend continuerà anche nei prossimi anni. Questo, dunque, è il momento giusto per le aziende del settore di cambiare pelle e ripensare alla struttura del proprio business, investendo in modo serio e coerente sulla propria trasformazione digitale. Si dovrà spostare il proprio focus verso servizi più innovativi e dal più alto valore aggiunto, così che siano percepiti da tutte le altre aziende come soluzioni che, se applicate, sono capaci di fornire un reale vantaggio competitivo.

Un settore innovativo messo alle strette dall’innovazione

Il secondo paradosso che emerge dall’analisi del settore TLC è che lo stesso, pur avendo tutti i requisiti per guidare la trasformazione digitale degli altri comparti economici sembra, invece, averla “subita”. L’innovazione digitale, infatti, ha aperto la strada a nuovi player (gli OTT), che sono riusciti a sfruttare le nuove tecnologie per offrire servizi agili, innovativi e soprattutto gratuiti.

Del resto, è naturale se si pensa che il modello di business di questi fornitori è focalizzato sul livello di adozione e non sul livello dei ricavi. Questo tipo di fornitori ha messo in crisi le Telco, che non sono state in grado di rispondere in modo efficace alla loro diffusione, anche perché i primi sono riusciti a sfruttare a loro vantaggio le infrastrutture preesistenti, operando “sopra le reti” e affidandosi ai cosiddetti content delivery network.

Dunque, la digitalizzazione ha paradossalmente favorito i competitor delle Telco piuttosto che le Telco stesse. Come risolvere questa situazione?

In questo caso, la “soluzione” è contenuta nel problema stesso. Alcuni esperti del settore, infatti, vedono proprio negli stessi OTT la chiave per risolvere la situazione, a condizione però di trasformarli in frenemies, ovvero degli “alleati”. È capitato già in altri ambiti che le aziende più grandi, messe in crisi dalla rapida evoluzione del mercato abbiano scelto la strada della acquisizione per fare fronte ai cambiamenti tecnologici che minacciavano la loro stessa sopravvivenza.

Si pensi, ad esempio, a quello che è accaduto nel settore finanziario. A seguito della rivoluzione digitale, sono sorte diverse realtà aziendali piccole, molto competitive e digitalmente avanzate, che hanno iniziato a conquistare quote sempre maggiori di mercato, fornendo servizi comodi e agili. Insidiati da questi inaspettati competitor, le aziende più grandi si sono rese conto che piuttosto che contrastarli, in una gara a rincorsa impossibile, era meglio farli diventare propri alleati.

In ogni caso, quali sono i vantaggi di una strategia del genere?

Prima di tutto, tale “mossa” permette di eliminare un concorrente insidioso presente sul mercato senza dover scendere nell’arena competitiva. Seconda cosa, permette di assorbire il know how dell’azienda assorbita. Questo è un vantaggio chiave soprattutto se si tiene conto del fatto che la trasformazione digitale ha reso necessarie alcune competenze specifiche difficili e costose da sviluppare. In questo modo, si accelera la fase di acquisizione di tali conoscenze, guadagnando un vantaggio competitivo notevole rispetto alle altre aziende.

 

Mancano le competenze, non gli investimenti

Il terzo paradosso del settore telecomunicazioni è condiviso anche da altri ambiti, cosa che lo rende un problema particolarmente urgente da risolvere per il bene del nostro intero sistema Paese.

Come si è già detto sopra, i ricavi del segmento TLC sono ancora in calo, soprattutto a causa della fase di contrazione del comparto mobile. Nonostante questo, gli investimenti in infrastrutture hanno raggiunto degli ottimi livelli, il che fa sperare in una ripresa, anche graduale, del mercato. Sarebbe dunque questo il momento di innovare, reinventare, dare supporto al settore, ma mancano le risorse umane per farlo.

Risulta, infatti, che ormai gli studenti italiani non studiano più telecomunicazioni. Questo è stato il risultato di un messaggio passato anche involontariamente in questi anni, ovvero che il settore delle telecomunicazioni in realtà non rappresenta più un mercato appetibile, in cui sia possibile costruire una carriera soddisfacente sia dal punto di vista remunerativo che da quello professionale.

Di conseguenza, da un lato il numero di studenti in quest’ambito si è via via ridotto, mentre, dall’altro, i corsi di laurea in ingegneria delle telecomunicazioni sono andati sparendo da molti politecnici italiani, finendo assorbiti da altri corsi di laurea o divenendo un semplice indirizzo di specializzazione. Questa situazione ha fatto sì che, in un mercato che offre diverse possibilità di crescita manchino tecnici e professionisti pronti a soddisfare la domanda delle aziende.

La soluzione? Più facile a dirsi che a farsi.

Come prima cosa, occorre attirare gli investimenti verso l’università e la ricerca, come è stato fatto di recente nel caso di Huawei. La collaborazione tra università e aziende assicurerebbe non solo un acceleramento dell’evoluzione tecnologica, permettendo lo sviluppo di competenze più utili e adatte al mercato, ma aiuterebbe anche il diffondersi nelle imprese di una certa cultura dell’innovazione, rendendole più propense a cercare ed investire su nuove figure professionali. Questo, inoltre, permetterebbe agli studenti di avvicinarsi alla materia scoprendo percorsi di carriera a cui magari non avevano neanche pensato.

In secondo luogo, bisogna mettere un freno alla corsa a ribasso dei prezzi, che non solo rende meno attraente l’intero settore, erodendone i ricavi, ma impedisce anche alle aziende di poter assumere e far crescere risorse umane altamente specializzate. Questo è particolarmente vero per le aziende di piccole e medie dimensioni, che, invece, dovrebbero poter essere uno dei principali sbocchi per i neolaureati che si affacciano al mondo del lavoro.

 

Innovazione e legislazione

Il quarto paradosso del settore TLC, in realtà, chiama in causa non solo i player economici di questo settore, ma anche i soggetti istituzionali. Come detto all’inizio, le telecomunicazioni sono un ambito chiave per ogni Paese, poiché è sul loro livello di efficienza che si basa lo sviluppo dell’intero sistema-Stato e la sua capacità di essere competitivo.

Un esempio, in questo senso, è il 5G, la rete superveloce integrata che diversi Paesi stanno sviluppando per sostenere la domanda sempre crescente di connettività rapida e stabile. Essa rappresenta per tutte le aziende una notevole opportunità di beneficiare di infrastrutture all’avanguardia, capaci di sostenere uno sviluppo che la trasformazione digitale sta spingendo sempre più verso un mercato connesso ed integrato.

Il paradosso dove sta?

Nel fatto che le istituzioni sembrano non essere capaci di comprendere in modo adeguato questi cambiamenti e di costruire un sistema normativo in grado di resistere ad un impatto di questo tipo, anticipando i possibili rischi portati da questa tecnologia.

Come ha rivelato un recente articolo del Corriere della Sera, molti Paesi membri dell’Unione Europea stanno bloccando o rallentando l’adozione di questo tipo di reti a causa di alcuni problemi di sicurezza, in attesa di svolgere degli accertamenti o di realizzare un contesto regolamentare in grado di salvaguardare interesse nazionale e interessa industriale.

L’Italia, invece, sta procedendo a stringere accordi affidando le proprie reti più strategiche a fornitori la cui affidabilità è stata messa in dubbio ripetutamente anche dal Copasir, senza prevedere dispositivi regolamentari davvero in grado di rendere la situazione più chiara e sicura. In questo modo, però, cresce l’incertezza sia degli investitori che dei consumatori, con notevole svantaggio di tutto il mercato.

La soluzione, in questo senso, è scontata. Serve un intervento delle istituzioni nazionali, ovviamente nell’alveo di quanto è già stato stabilito in sede europea, per garantire la correttezza e la trasparenza della contrattazione.

Non solo. L’intervento servirebbe anche per muoversi d’anticipo rispetto ad altre criticità che si manifesteranno in futuro, alcune di queste proprio legate al 5G. Con l’arrivo, infatti, di questa nuova tecnologia molti si stanno chiedendo che fine farà la net neutrality, se saranno compatibili o, se al contrario sarà necessario intervenire “alleggerendo” le normative in tema di NN per permettere l’implementazione di queste reti. Sebbene il problema sembri ben lontano dal concretizzarsi, il tema è comunque da affrontare e questo è solo un esempio del tipo di questioni che devono essere inevitabilmente trattate dalle istituzioni.

In conclusione, il settore TLC ha tante contraddizioni. A suo modo, è un gigante che si sta rialzando dopo un lungo periodo di immobilità, ma per riprendere a camminare deve rafforzare i suoi piedi d’argilla.

Come dalle crisi ci si può rialzare più forti, così i propri punti deboli possono essere trasformati in punti di forza, a condizione di volersi mettere in discussione, di investire nell’innovazione e nella formazione di risorse umane all’altezza, di cogliere i trend e di fare scelte strategicamente consapevoli e a condizione che vengano predisposte tutte le premesse esterne per consolidare tale ripresa.

Solo così le telecomunicazioni torneranno ad essere un settore capace di indicare la strada dell’evoluzione digitale e di guidare lo sviluppo economico, sociale e tecnologico del Paese.

 

Com’è cambiato il settore Telco con la digital transformation? Scopri le sfide e le opportunità nell’infografica gratuita!

New call-to-action