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With a background in classical studies and law, Edoardo is a young digital copywriter with a passion for storytelling, especially around the theme of innovation.

e-commerce retail industry

Tra crescita ed apocalisse: la retail industry ai tempi dell’e-commerce

Alcuni osservatori americani hanno parlato di “Apocalisse del retail”, riferendosi alla fuga dei consumatori dai grandi mall a stelle e strisce. Anche se la situazione italiana è diversa, alcuni dati fanno pensare che ci sia bisogno di cambiare passo e modo di fare business, magari sfruttando il digital retail, unico comparto del settore che, nonostante tutto, continua a crescere con indici a doppia cifra.

Da definizione Treccani, si considerano come retail tutte le attività connesse con la vendita da parte di un’azienda direttamente al consumatore di beni o servizi, che vengono da esso acquistati per il suo utilizzo personale o familiare”.

In altre parole, il termine retail è usato per riferirsi alle aziende commerciali, siano esse supermercati, negozi specializzati, ma anche catene alberghiere, bar e ristoranti, barbieri etc., che abbiano come core business la vendita di prodotti o servizi ai consumatori, che ne beneficiano direttamente o ne fanno beneficiare parenti o prossimi.

 

Non solo negozi fisici

Ovviamente con la trasformazione digitale l’area di significato della parola è andata via via aumentando. Appartengono a buon diritto anche tutte quelle attività che vendono ai consumatori beni e servizi non servendosi dei classici negozi fisici che affacciano su una via o una piazza. È il caso dell’e-commerce, che è quel particolare segmento del settore retail che si basa sulla transazione e lo scambio di beni e servizi effettuati mediante l’impiego della tecnologia delle telecomunicazioni e dell’informatica.

Dunque, per essere un retailer, cioè un operatore del settore retail, non è obbligatorio avere uno store fisico, ma la propria attività può essere svolta anche solo in forma digitale.

Del resto, alcuni dei principali player del settore operano principalmente sulla rete, come Amazon ed eBay, il che significa che il punto fisico non è necessario per creare un retailing business di successo. A questo si aggiunga, tra l’altro, che la separazione tra retail fisico e retail digitale non è così netta.

Può capitare che la grande distribuzione organizzata, così come la piccola boutique di quartiere si servano di un e-commerce senza rinunciare alla propria presenza fisica. In questo modo, non solo si da l’opportunità anche a clienti distanti o impossibilitati di fare acquisti, ma sfruttando l’enorme vetrina di internet si possono far conoscere i propri prodotti ad un numero decisamente più alto di consumatori e, cosa non meno importante, si aumenta la probabilità di svuotare il proprio magazzino rendendo più efficaci occasioni speciali ed offerte.

È, dunque, ovvio che la digitalizzazione ha di fatto aumentato la possibilità di tutti i retailer di far crescere le proprie vendite e quando l’integrazione tra online ed offline è realizzata correttamente è inevitabile che questo inneschi un vero e proprio circolo virtuoso.

Tuttavia, questo non sempre accadde, aumentando così la spaccatura tra retailer tradizionali e digitali. Spaccatura che si manifesta anche nel modo di portare avanti il proprio business e di reagire ai cambiamenti e alle trasformazioni del mercato di riferimento. Questo, di conseguenza, allontana le diverse categorie di retailer e ciò è dimostrato dal fatto che, come si vedrà in seguito, alcune fanno registrare segni di crescita decisa, mentre altri danno segni di maggior fragilità.

Per capire meglio queste dinamiche, però, occorre iniziare ad analizzare i diversi dati che riguardano il settore.

 

Una cartina tornasole

Cominciamo con il dire che il settore retail è considerato da molti un termometro per capire la situazione economica di un Paese. Nelle fasi espansive di un’economia, infatti, la ricchezza reale o percepita dai consumatori aumenta e questo spinge gli stessi ad aumentare i consumi. Di conseguenza crescono i ricavi per i retailer di ogni settore.

Viceversa, nei momenti di stagnazione o, peggio, di contrazione, i consumatori tendono ad avere comportamenti più conservativi e ad essere meno propensi a spendere: in un caso del genere, ovviamente i primi a risentirne sono proprio i retailer che vedono diminuire i ricavi e aumentare contestualmente le rimanenze di magazzino.

In questo momento, in quale delle due situazioni ci troviamo?

A ben vedere, non è possibile dare una risposta unitaria a questa domanda, dal momento che il settore retail è composto da tante sottocategorie, con caratteristiche specifiche, che reagiscono in modo diverso alle diverse situazioni, influenzandosi talvolta a vicenda.

Per convenienza, dunque, ci limiteremo a rispondere osservando in particolare tre segmenti che sono comunque molto rappresentativi dell’intero settore: la grande distribuzione organizzata (GDO), le piccole attività di retail che operano al dettaglio e, infine, l’ecommerce.

 

GDO e retail al dettaglio: una quasi apocalisse all’americana 

Le prime due categorie di cui ci si da conto hanno un andamento non così dissimile, se non altro perché entrambe si muovono prevalentemente nel mondo “analogico”. Per capire cosa sta succedendo, e cosa succederà, in Italia nel prossimo futuro relativamente a questi due segmenti è sempre utile guardare al mercato americano che spesso e volentieri anticipa i trend che poi si manifestano anche in Europa.

È innegabile che la GDO americana sta passando un momento non facile, caratterizzato da una notevole contrazione del settore. Lo dimostra il fatto che negli ultimi anni i principali giganti della grande distribuzione stanno chiudendo molti dei loro punti vendita: non a caso, si è incominciato a parlare, non senza un certo gusto per la teatralità, di “retail apocalypse”, ovvero di apocalisse del settore retail.

Oggettivamente, i numeri non sono confortanti. Tra il 2010 e il 2013 le visite alle principali catene di negozi sono diminuite del 50% e questo ha fatto sì che, gradualmente, molti dei grandi brand di retail americani decidessero di diminuire il numero di mall aperti nel Paese: Macy’s ne ha chiusi 68, American Apparel addirittura 110, Abercrombie & Fitch 60 così come Guess (economyup.it).

Se la grande distribuzione piange, il retail al dettaglio certamente non ride.

Per rendersene conto basta confrontare le aperture e le chiusure dei negozi negli Stati Uniti tra il 2018 e il 2019: se il numero di negozi che hanno aperto è stato circa uguale nei due anni (4.311 contro 4.454), l’anno scorso si ha avuto un vero e proprio picco di negozi chiusi (9.275 contro 6.897 del 2018) (www.econopoly.ilsole24ore.com).

 

La situazione italiana

Passando al nostro Paese, in realtà la situazione appare diversa e parzialmente meno negativa rispetto a quella appena descritta, pur facendo presagire che prima o poi si potrebbe arrivare allo stesso scenario.

A differenza che negli Stati Uniti, i numeri mostrano una lieve controtendenza, almeno per quanto riguarda la grande distribuzione. Secondo, infatti, l’analisi dello scenario retail real estate italiano, il numero delle strutture commerciali è in aumento, passando da 1.158 a 1.185 unità. In particolare, i centri commerciali sono passati da 948 a 955 e le nuove aperture si sono concentrate soprattutto nel centro e nel sud Italia. Gli outlet, invece, sono 33, ma è previsto che entro il 2021 ne arrivano altri 3, a cui si aggiungeranno 5 nuovi ampliamenti (confimprese.it).

Lo stesso aumento lo hanno mostrato anche le attività di retail di servizi, come bar, alberghi e ristoranti, che tra il 2008 e il 2018 sono cresciuti di quasi 45.000 unità, con un tasso di crescita del 15% (mmretail.it).

Un altro dato interessante poi riguarda i negozi di minori dimensioni che si trovano nelle principali vie dello shopping cittadino. Nel 2019 si è registrato un aumento del numero di visitatori giornalieri oltre alla crescita del tasso di conversione – che è il differenziale tra chi entra in negozio e chi poi effettivamente acquista – che ha raggiunto il 15%, una percentuale più che rispettabile, visto e considerato che è migliorata di qualche punto rispetto allo stesso periodo del 2018.

Questi dati abbastanza positivi sono però mitigati da altri, che invece ci parlano di una situazione comunque non facile, soprattutto per quanto riguarda i piccoli retailer che manifestano una certa sofferenza.

Basti pensare che tra il 2016 e il 2017 hanno chiuso circa 90 mila esercizi commerciali di medio-piccole dimensioni, a testimonianza che, in realtà, anche il retail italiano sta attraversando (almeno in alcuni suoi comparti) una situazione delicata.

A confermarlo, peraltro, sono anche i dati relativi ai ricavi.

Secondo gli ultimi rilevamenti Istat, a gennaio 2020 le vendite al dettaglio hanno mostrato una variazione congiunturale nulla in valore e un lieve aumento in volume (+0,1%). In particolare, le vendite dei beni alimentari sono aumentate sia in valore sia in volume (+0,8%) mentre quelle dei beni non alimentari calano dello 0,4% in valore e dello 0,3% in volume. Ponendo attenzione al trimestre precedente (novembre 2019 – gennaio 2020) si ritrovano grossolanamente gli stessi dati, con una crescita lieve, ben al di sotto dell’1%. La grande distribuzione, invece fa un po’ meglio, dal momento che il valore delle vendite al dettaglio aumenta del 2,3% rispetto a gennaio 2019 (istat.it).

Sempre la grande distribuzione viene da un quadrienno (2013-2017) in cui il fatturato aggregato è cresciuto – nel 2017 il giro di affari ha raggiunto 83 miliardi di euro, il miglior risultato dal 2014 – ma ha visto, al contrario, diminuire il margine operativo netto del 5,5% e il risultato corrente del 5,9% (repubblica.it).

Cosa significa tutto questo?

Che certamente non ci si trova di fronte ad una crisi vera e propria, ma si è in una situazione che si avvia, per alcuni versi, a presentare elementi di stagnazione anche a fronte di una parziale saturazione del mercato. Se alcuni scomparti si sono mostrati più vivaci, come il canale discount, altri invece danno chiari segni di sofferenza non essendo più sufficientemente performanti.

 

La crescita dell’e-commerce

La verità, tuttavia, è che gli scomparti retail davvero più vivaci sono ben altri. Se è pur vero, infatti, che i dati del settore sono (lievemente) positivi e che, quindi, si può sperare che l’apocalisse del retail non si abbatta anche sul nostro mercato, bisogna però ammettere che tali risultati son ben poca cosa se si considerano i tassi di crescita del terzo segmento: l’e-commerce. È, infatti, questo l’ambito in cui si sono registrati i risultati economici più notevoli.

Partendo da un contesto internazionale, il valore del mercato e-commerce al dettaglio ha raggiunto, nel 2018, i 2.875 miliardi di dollari, cifra pari all’11% del totale del valore delle vendite retail, facendo registrare una crescita del 12% rispetto all’anno precedente. Gli stessi dati si ritrovano anche nel Vecchio Continente, in cui il segmento e-commerce vale 313 miliardi di euro, in aumento rispetto al 2017 del 9% (casaleggio.it). E la cosa impressionante è che questi numeri sono solo la punta di un trend dalla lunga coda fatta di risultati positivi simili a questi.

In Italia, invece?

L’e-commerce in Italia

Anche in Italia il settore delle vendite digitali è in una fase di espansione netta, molto più netta che negli altri segmenti retail “analogici” elencati sopra. Lo conferma ancora una volta l’Istat, secondo cui il commercio elettronico ha segnato un +15,8% solo nel gennaio 2020 rispetto al 2019, in linea con una crescita robusta e costante che faceva registrare un +18% del fatturato nel 2018 (istat.it).

E la cosa davvero impressionante, è che questi tassi di crescita riguardano un Paese come il nostro che ancora presenta un certo ritardo rispetto agli altri nel radicamento di questo tipo di business.

Se, infatti, negli altri Stati europei la percentuale di popolazione che acquista online è molto elevata (93% nel Regno Unito, 91% Paesi Nordici e Paesi Bassi, 88% Germania, 84% Spagna e Francia), in Italia i consumatori sono “soltanto” 38 milioni, cioè il 62% della popolazione.

Questo, tuttavia, non ha impedito al settore e-commerce di generare nel 2018 un giro di affari del valore di 41,5 miliardi di euro, con prospettive di crescita futura a due cifre.

 

Qualche considerazione finale

Cosa si può ricavare da questi numeri?

Prima di tutto che il settore retail italiano si trova in una situazione lievemente diversa rispetto a quella in cui si trova il settore americano, ma questo non significa che in un futuro i retailer della Penisola non dovranno fronteggiare un’”apocalisse all’italiana”.

Più fragile in questo momento è il comparto del retail tradizionale, che dà segni più di stagnazione che di crescita, ma non è detto necessariamente che questa condizione sia generata dall’affermazione dell’e-retail, che pure sta diventando sempre più importante in termini di mercato.

Al contrario, questo potrebbe essere piuttosto il risultato di una situazione economica italiana di crescita fortemente rallentata, che, come si è detto all’inizio dell’articolo, si riflette inevitabilmente sul settore retail.

In questo senso, l’e-commerce e la trasformazione digitale potrebbero certamente aver concorso a mettere in difficoltà alcuni retailer, specialmente quelli di più piccole dimensioni, proprio come è accaduto anni fa con l’arrivo dei grandi centri commerciali, accusati spesso di desertificare i centri cittadini.

Tuttavia, una differenza sostanziale c’è: l’e-commerce, oltre ad una “minaccia” può anche essere uno strumento di rilancio incredibile per tutti gli operatori del settore retail. Grazie ad internet, infatti, i retailer possono crearsi una vetrina grande come tutto il mondo e raggiungere un numero di persone infinitamente superiore; tutto sta nel saperlo fare nel modo giusto.

Questo non significa che da domani tutti i negozi devono diventare digitali, anzi. Probabilmente la cosa migliore sarebbe quella di integrare le due cose: mantenere uno spazio fisico di contatto con i clienti e implementare un sito o un app di e-commerce dedicata alle vendite. Tra l’altro, l’osservazione del commercio al dettaglio digitale potrebbero fornire dei trend molto interessanti da seguire e da applicare anche nel mondo reale.

 

Quali sono i vantaggi dell’e-commerce? Qual è lo stato di salute del settore? Quali sono i principali player e le migliori strategie di comunicazione? Di tutto questo ed altro, ne parliamo in questa infografica. Scaricala ora!

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Settore Media e intrattenimento e trasformazione digitale

Settore media e intrattenimento: ad ogni segmento la sua trasformazione digitale

Il settore media e intrattenimento è composto da diversi segmenti ognuno dei quali ha reagito in maniera diversa alla trasformazione digitale: alcuni approfittandone, altri facendo registrare risultati non particolarmente positivi. Una cosa è certa, nessuno di questi ambiti, dopo questa rivoluzione, sarà più quello di prima.

Il settore dei media è un settore molto variegato. Esso ricomprende, infatti, un gran numero di segmenti diversi (libri, radio, televisione, etc.) che hanno delle caratteristiche molto precise e diversificate.

Questo significa, ovviamente, che ciò che accade all’interno di uno di questi ambiti non è detto che si rifletta parallelamente anche in settori comunicanti, così come è praticamente certo che tali comparti non reagiscano allo stesso modo quando sopraggiungono delle particolari trasformazioni. È esattamente quanto è accaduto con la trasformazione digitale.

Se in altri settori – finance, food, banking – l’avvento della digitalizzazione ha portato cambiamenti notevoli, ma dopotutto omogenei, anche se con delle differenze da player a player in base alle loro caratteristiche e alla loro capacità di adattarsi all’innovazione, per quanto riguarda media e intrattenimento occorre fare un discorso a parte o meglio, bisogna farne diversi: uno per ogni segmento che lo compone. Solo così, infatti, è possibile avere un’idea più completa ed organica di come si sta trasformando l’intero comparto.

 

Radio: senti chi rinasce

Iniziamo la rassegna di trasformazioni con uno dei media tradizionali più longevi, ovvero la radio.

Nonostante l’età, la radio continua ad essere un media piuttosto rilevante, non tanto per il numero di persone che permette di raggiungere, su cui peraltro è molto difficile essere sicuri, quanto perché è un settore che ha mostrato una certa flessibilità.

La trasformazione digitale, infatti, sembra aver intaccato limitatamente questo settore, almeno secondo quanto riportato dai dati relativi agli ascolti diffusi da Ter-Tavolo Editori Radio sull’audience delle radio nazionali e locali, che sembrano generalmente crescere rispetto al 2018 salvo alcuni casi limitati (come RDS, Radio Italia, RTL 102.5, Rai Radio 1 e poche altre).

Al netto delle statistiche, il comparto radiofonico è interessante da osservare perché ha fatto registrare delle notevoli trasformazioni, dal momento che, forse più di altri settori, si è dimostrato ricettivo ai cambiamenti.

Una di queste è senza dubbio la nascita del fenomeno delle web radio. Tutte le principali emittenti radiofoniche, infatti, si sono dotate di una piattaforma digitale in cui è possibile seguire in diretta o in differita tutti i programmi del palinsesto oltre a fruire di contenuti specifici relativi alle varie trasmissioni (ascoltareradio.com). Questo ha permesso alle diverse radio di aumentare la propria audience, dando la possibilità a molte più persone di usufruire dei contenuti anche servendosi di device diversi rispetto alla radio in FM.

Uno degli effetti principali della trasformazione digitale è stato, infatti, proprio questo: quello di “far uscire la radio dalla radio”, rendendo possibile l’ascolto anche su altri dispositivi, non pensati inizialmente per svolgere questo tipo di funzione, come lo smartphone, i personal computer o anche i tablet.

Un altro trend imposto dalla trasformazione digitale al settore delle radio è quello dei podcast, ovvero file audio dai contenuti più diversi, ascoltabili su ogni tipo di supporto, che in questi ultimi anni stanno avendo un certo successo e che stanno riuscendo a rendere la radio ancora più pervasiva. I podcast, infatti, per loro stessa natura, sono un contenuto complementare alla radio che ne arricchisce l’ascolto da parte degli stessi utenti, che possono scegliere tra una fruizione lineare o on demand.

Non solo: i podcast hanno rivoluzionato la radio e la fruizione radiofonica anche perché permettono agli ascoltatori di “personalizzare” l’ascolto, rendendoli assolutamente liberi di scegliere cosa ascoltare, quando e in che modo. Questo è stato reso possibile anche dal fatto che si sono diffuse delle piattaforme e delle applicazioni dedicate che ne raccolgono a centinaia, in cui gli utenti possono navigare e scaricare i podcast che più gli interessano.

Tutti questi aspetti hanno decretato una certa popolarità di questo tipo di contenuti che, di fatto, sono diventati sempre più rilevanti per tutti coloro che operano nel settore radiofonico. Lo dimostra il fatto che gli editori, i concessionari e gli inserzionisti italiani (ma non solo) si stanno dotando di una propria digital audio strategy, in modo tale da sfruttare tutte le opportunità che si aprono dinnanzi a loro.

Il Digital Audio, nome che si usa per riferirsi appunto a questo nuovo comparto di contenuti Media e Intrattenimento, è infatti diventato una fonte notevole di ricavi economici aggiuntivi rispetto al tradizionale modello di vendita pubblicitaria.

Basti pensare che solo negli Stati Uniti si stima che nel 2020 i ricavi derivanti da questo comparto possano rappresentare circa il 30% sul totale degli investimenti sul mezzo radiofonico, mentre in Europa rappresenteranno circa il 20% (lastampa.it).

 

I libri: carta batte digital

Ci si potrebbe aspettare che quando si parla di libri e di editoria in generale si vada a toccare un ambito particolarmente colpito (in negativo) dalla trasformazione digitale. In realtà, è interessante constatare come l’editoria sia uno dei segmenti del settore media e intrattenimento che fa registrare un segno positivo di crescita.

La PricewaterhouseCoopers prevede, infatti, che nel periodo ricompreso tra il 2019 e il 2023, il mercato dei libri in Italia crescerà dello 0,2%, assicurando un livello di ricavi di circa 2.2 miliardi di euro (pwc.com). E questo sebbene gli italiani continuino a dimostrarsi consumatori di libri “tradizionalisti”, preferendo leggere un volume stampato che acquistare la sua versione digitale.

Il cosiddetto e-book, infatti, nonostante le buone premesse di partenza non ha mai sfondato del tutto nel nostro Paese. Basti pensare che, tra il 2010 e il 2016, il mercato dei libri digitali ha raggiunto quota 67 milioni di euro, che corrisponde a circa il 5% del mercato, e nel 2018 lo stesso comparto ha fatto registrare una decrescita del 17,2% (key4biz.it).

Tuttavia, si rileva l’arrivo in Italia di un nuovo trend decisamente interessante, che è già piuttosto diffuso in altri Paesi, ovvero il selfpublishing, che altro non è che la tradizionale auto-pubblicazione di un libro. La trasformazione digitale, in effetti, ha permesso la formazione di numerose piattaforme online dedicate, in cui un autore, senza l’intermediazione dell’editore, può pubblicare direttamente la propria opera e, in un secondo momento, venderla o attraverso queste piattaforme o da dei punti fisici.

Grazie a questa forma di “democratizzazione dell’editoria” resa possibile dalla digitalizzazione, nel 2018 in Italia sono stati proposti più di 11.600 titoli di self ebook, che equivalgono al 22,8% delle pubblicazioni digitali.

È interessante notare un altro effetto della trasformazione digitale: sono in crescita gli esempi di fruizione dei libri attraverso altri media. Un esempio è quello degli audiolibri che proprio grazie alla popolarità dei podcast, di cui si è dato conto sopra, sono sempre più diffusi, al punto tale che attualmente sono più di 4 milioni gli italiani che ascoltano audiolibri.

Un altro esempio, invece, è stata la presenza di Netflix alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, che secondo gli esperti ha segnato l’inizio di un “affascinante dialogo tra il libro e lo schermo, la tradizione e il futuro” da cui emerge evidentemente che ciò che si vede influenza in modo inevitabile anche ciò che si legge.

 

Non è un bel periodo per la stampa periodica

A passarsela molto meno bene rispetto al segmento dei libri è quello dei quotidiani e dei periodici, che continuano a mostrare segni di sofferenza, anche se non è detto che questo sia necessariamente correlato alla trasformazione digitale. Anzi, quest’ultima potrebbe offrire delle opportunità interessanti per rilanciare tutto il segmento.

Ad esempio, è possibile realizzare una versione online della propria testata, in modo tale da aumentare la propria audience e andare incontro alle necessità degli utenti, che hanno sempre più bisogno di accedere ai contenuti che preferiscono come e quando vogliono. Hanno fatto esattamente questo molti dei principali quotidiani e periodici nazionali e internazionali, registrando talvolta delle prestazioni di mercato migliori rispetto a quelle della loro versione cartacea (primaonline.it).

La strada da seguire, dunque, è questa, a maggior ragione se si pensa ai risultati economici – decisamente positivi – che New York Times, il Boston Globe e il Washington Post hanno registrato quando hanno deciso di ridurre il perimetro del loro paywall diminuendo il numero di articoli disponibili gratuitamente. Grazie a questa scelta coraggiosa, infatti, i giornali sopracitati hanno registrato un aumento dei clienti abbonati al modello digital only che ha raggiunto i 2,5 milioni di utenti, cosa che ha portato ad una crescita dei ricavi totali, per un ammontare di 1,68 miliardi di dollari contro i 1.56 miliardi di dollari dell’anno precedente.

Questa strategia sembra avere dato i suoi frutti anche perché ha permesso di fronteggiare un problema che il mondo dei media legati all’informazione devono necessariamente gestire che è quello della credibilità. Parte, infatti, dei cattivi risultati registrati dal comparto è legato al fatto che la trasformazione digitale ha cambiato il mondo della comunicazione, moltiplicando il numero di fonti da cui una persona può raccogliere delle informazioni.

Se questo significa, da un lato, che sono nate diverse testate che forniscono contenuti solamente online, dall’altro, sono aumentate le probabilità per un utente di incappare in notizie false – basti pensare al problema delle fake news, che spesso si diffondono in modo virale anche a causa dei social network.

“Costringere” le persone a sottoscrivere un abbonamento permette alle testate di guadagnarsi uno status tra gli utenti e, cosa non meno importante, garantisce che la maggior libertà che c’è su internet non vada ad intaccare la qualità dei prodotti che vengono forniti ai lettori.

 

La televisione resta ancora regina

È quasi scontato sottolineare che, nonostante la trasformazione digitale, la televisione in Italia e non solo resta uno dei media più rilevanti, se non il più rilevante per capacità di penetrazione tra la popolazione.

Non a caso, secondo il Censis, oltre il 90% delle famiglie campione possiede almeno un apparecchio televisivo e l’86% di coloro che sono stati intervistati ha dichiarato di guardare la televisione almeno una volta al giorno.

Nonostante questo, anche la televisione ha subito la trasformazione digitale e a suo modo ha iniziato a dimostrare i segni della digitalizzazione.

Il primo tra questi è l’arrivo e l’affermazione della televisione in streaming. Tutte le principali reti hanno, infatti, già previsto la trasmissione di parte o di tutti i loro programmi su delle piattaforme digitali, in modo da permettere agli utenti di fruire dei contenuti in ogni momento e soprattutto dal mobile.Questo è particolarmente importante alla luce del fatto che proprio lo smartphone è uno degli strumenti più utilizzati per navigare su internet e che una delle azioni che si fa più spesso usando i propri telefoni è proprio quella di guardare contenuti video. La rilevanza di queste piattaforme, tra l’altro, è dimostrata dal fatto che anche l’Auditel-Censis ha iniziato ad interessarsi a queste nuove dinamiche di fruizione, riportando nel secondo rapporto del 2019 dati eloquenti circa il numero di persone che guardano la televisione in modi “non tradizionali” (auditel.it).

Un secondo effetto legato alla trasformazione digitale è stato quello di aggiungere nuovi competitor nel mercato, che hanno rivoluzionato il modo di concepire un prodotto televisivo. È ovvio che si sta parlando di giganti quali Netflix, Amazon Prime Video, Disney Plus, che hanno reso l’on demand la principale modalità di fruizione video e che, inoltre, hanno creato dei nuovi fenomeni sociali come, ad esempio, il binge watching – ovvero l’abitudine di guardare ininterrottamente dei contenuti televisivi – imponendo la serialità come formato vincente in termini narrativi e di mercato.

Un altro effetto interessante è l’incredibile complementarietà che si è creata tra la televisione ed altri media. Si pensi, ad esempio, a ciò che accade sui social network durante i grandi eventi televisivi, come Sanremo o gli Oscar. In queste occasioni, la rete diventa un luogo di aggregazione naturale, in cui le persone scambiano opinioni, pareri, meme su eventi che stanno guardando attraverso un altro media.

Addirittura, in alcuni casi, si organizzano dei veri e propri gruppi di ascolto per commentare in diretta ciò che accade e questo non solo permette di scoprire delle nuove forme di socialità, ma rende attivo e davvero coinvolgente un media come la televisione che di per sé prevedrebbe una fruizione puramente passiva. Non a caso Facebook ha sperimentato una specifica modalità di chat, il cosiddetto Facebook Watch Party,  che permette agli utenti di guardare e commentare i video direttamente con i propri amici, facilitando l’interazione durante la visione dei contenuti.

 

Qualche novità

La trasformazione digitale ha poi dato lo slancio ad alcuni settori emergenti che con il tempo stanno diventando sempre più rilevanti.

È il caso, ad esempio, del gaming che in particolare negli e-Sport ha trovato un segmento decisamente promettente. Sebbene in Italia i ricavi derivanti da questo ambito siano ancora al di sotto del livello di altri Paesi, PwC prevede che il mercato consumer italiano degli e-Sport farà registrare una crescita notevole, con un CAGR 2018-2023 del +51,6% (engage.it).

La stessa cosa, anche se non con questi stessi numeri, accadrà anche per il settore della realtà aumentata, che si prevede crescerà circa del 23% nel medesimo periodo.

È facile immaginare che questi ambiti, proprio alla luce di tali prospettive, diventeranno fondamentali in futuro per stimolare la creazione di nuove tipologie di contenuti e spingeranno i diversi player ad innovare ancora i presenti modelli di intrattenimento.

La comunicazione B2E ai tempi del Covid-19

La comunicazione B2E ai tempi del Covid-19: 7 consigli per essere vicini anche se distanti

B2E e Covid-19: l’emergenza Covid-19 chiede alle aziende uno sforzo in più, quello di comunicare in modo efficace con i propri dipendenti per permettere la continuità produttiva nella massima sicurezza di tutti. Come farlo? 7 best practice sono già un buon inizio.

Già in altri articoli del nostro blog abbiamo parlato di quante fosse importante per ogni azienda di successo costruire una comunicazione chiara ed efficace con i propri dipendenti. Il parallelismo riusciva piuttosto facile: così come è fondamentale mettere al centro della propria comunicazione esterna il cliente, allo stesso modo è necessario porre il dipendente in una posizione attiva di primo piano, in modo tale da farlo sentire importante e coinvolto. In entrambi i casi, il risultato è comunque quello di accrescere il proprio business e di rendere più competitiva l’azienda.

Tuttavia, avere una buona strategia di comunicazione con i propri dipendenti è importante non solo in una situazione normale, ma anche e soprattutto in situazioni di crisi delicate, come quella che ora stanno vivendo le aziende di tutto il mondo.

 

Il Covid-19 allontana, ma non può separare

Da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato il coronavirus pandemia, gli Stati di tutto il mondo hanno reagito chiedendo alla popolazione di restare a casa e, contestualmente, arrestando la maggior parte delle attività produttive interne ai Paesi. Questo ha chiaramente messo in agitazione non pochi lavoratori che non solo hanno visto chiudere, seppur temporaneamente, la propria azienda, ma che si sono anche trovati in uno stato di profonda incertezza legato al proprio futuro lavorativo.

Sebbene la situazione sia complessa e a deciderla saranno tanti fattori diversi, molti legati anche ad una dimensione sovranazionale, le aziende possono comunque giocare un ruolo di prima importanza in un momento come questo.

Mai come adesso è importante costruire un rapporto di comunicazione chiaro, diretto ed efficace con i propri dipendenti, per rafforzare il loro senso di appartenenza e garantire una maggior tenuta del proprio business, che dovrà necessariamente adattarsi ad un nuovo modo di lavorare e il cui successo dipenderà in gran parte proprio da ciascun lavoratore.

Del resto, ogni azienda funziona come una vera e propria comunità. Si pensi agli effetti disastrosi che la confusione o la diffusione di fake news hanno rispetto al funzionamento di una organizzazione. Lo stesso accade all’interno di un’azienda quando non si riesce a comunicare correttamente con i propri dipendenti nelle situazioni più delicate. Dunque, avere un communication plan efficace non è un dettagli da poco, anzi potrà fare la differenza nell’affrontare con successo questa crisi.

 

B2E e Covid-19: 7 consigli

Partiamo da un dato piuttosto preoccupante, che però restituisce bene la situazione. Secondo una recente ricerca svolta da Gallup, solo il 13% dei dipendenti intervistati hanno dichiarato che gli amministratori della loro azienda sono riusciti a comunicare in modo efficace in una situazione di emergenza come questa. Per converso, l’87% si è dichiarata, invece, incerta e confusa (gallup.com).

La statistica, in qualunque modo la si guardi, è impressionante. Eppure, come si è detto, mai come adesso la comunicazione BtoE può rivestire un ruolo chiave per qualsiasi azienda.

Di conseguenza, ogni manager si deve sentire chiamato a dare il proprio contributo, anche perché la cosa da evitare in questo momento è un virus forse anche peggiore di quello contro cui stiamo combattendo: la disinformazione, che può portare le persone ad avere comportamenti spesso controproducenti.

Per costruire una strategia di comunicazione efficace bisogna avere ben chiari i passi che si vogliono seguire. Ovviamente, ogni azienda è un caso a sè stante, ma ci sono alcune good practices che possono valere per tutti, soprattutto ora.

 

1. È tutta una questione di tempi

La prima cosa di cui bisogna tenere conto è il tempo. Come in una crisi aziendale, agire rapidamente ora è fondamentale, poiché i timori e i dubbi sorgono subito e un silenzio prolungato col tempo rischia di diventare panico.

Per questo, è necessario che l’azienda apra il prima possibile un canale di comunicazione con i propri dipendenti e da subito dia dei messaggi chiari ed univoci alla forza lavoro. Questo è anche un modo per far sentire la propria presenza nonché la propria vicinanza a tutte le persone.

Ovviamente agire rapidamente non significa agire frettolosamente. I primi momenti, al contrario, sono cruciali e, quindi, bisogna evitare qualsiasi possibile errore o leggerezza. Pertanto, è molto utile stabilire in precedenza una strategia e poi muoversi prontamente di conseguenza, senza concedersi troppi ritardi, poiché sarà difficile in seguito recuperare tutto il tempo che si lasciato passare.

Il tempo è una variabile importante anche in un altro senso. Nei periodi di crisi come questo, è molto importante dare ai propri dipendenti un senso di normalità: far capire che la situazione è seria, ma è sotto controllo e che la propria organizzazione continua a funzionare nonostante lo stress a cui è sottoposta.

Un modo semplice ed efficace di trasmettere una sensazione del genere è garantire una regolarità delle informazioni, sia in termini di tempistiche che di canali. Stabilire un orario e un giorno in cui si comunicano le novità e le decisioni ai propri dipendenti aiuta a normalizzare la situazione e riduce notevolmente il senso di insicurezza, poiché tutti sono consapevoli che ogni settimana ci sarà un momento preciso specificamente dedicato a discutere la situazione attuale.

 

2. L’importanza della prima linea

Come ha ricordato Deloitte in una sua recente informativa, in situazioni di crisi, anche quelle eccezionali come questa, il ruolo dei cosiddetti “front-line manager” è fondamentale (deloitte.com). Sono il punto di riferimento immediato dei dipendenti, i loro diretti interlocutori e come tale devono essere preparati.

Il che significa, innanzitutto, coerenza nel tono che utilizzano. L’attitudine che si mostra quando si comunica ai dipendenti deve essere unica e univoca, in modo che anche il messaggio venga recepito più facilmente e con le stesse sfumature.

Allo stesso modo è importante mostrarsi proattivi nel rapporto con i singoli: chiedere spesso un loro feedback, spingere a condividere pensieri, impressioni, anche obiezioni. Essere decisi e coerenti, infatti, non vuol dire rinunciare al confronto, anzi. Mostrarsi aperti al dialogo, affrontando anche questioni complicate è utile per guadagnare la fiducia dei propri dipendenti.

 

3. Essere concreti 

Anche in questo caso partiamo da un dato. Secondo una recente statistica, solo il 39% dei dipendenti statunitensi ha affermato che il proprio datore di lavoro ha comunicato in modo chiaro il piano operativo dell’azienda per fronteggiare il Covid-19 (gallup.com).

Di conseguenza, non sorprende che solo la metà degli stessi dipendenti intervistati si sia dichiarata ben preparata a svolgere il proprio lavoro in tempi di crisi. È, invece, importante che la forza lavoro sappia esattamente cosa fare, con quali tempi e con che modalità. Da qui deriva la necessità di raggiungere i dipendenti con messaggi concreti e istruzioni chiare per farli sentire al sicuro.

In questo senso, attenzione ed accuratezza sono fondamentali per individuare le informazioni importanti e decidere di conseguenza quali comunicare e quali invece tralasciare. Allo stesso modo, la trasparenza è fondamentale: occorre mettere sul tavolo problemi e criticità senza allarmismi, ma anche senza minimizzare ingiustificatamente.

Per questo è bene ridurre al minimo dichiarazioni motivazionali privi di un contenuto davvero concreto e rilevante. In casi come questo è molto meglio mostrarsi onesti e realisti, così facendo sarà più facile mantenere un rapporto duraturo di fiducia con i propri dipendenti.

 

4. Un piano di comunicazione deve essere visibile 

Una volta che è stata delineata una strategia di comunicazione e sono stati stabiliti i messaggi che devono essere portati avanti è necessario renderli evidenti e tangibili. Di cosa hanno bisogno i miei dipendenti? Qual è il modo migliore di comunicare con loro incontrando le loro necessità? Queste sono alcune domande da porsi per attuare in modo davvero efficace una buona strategia di comunicazione.

In questo senso, ad esempio, può essere utile raggiungere i propri dipendenti con una newsletter dedicata, che contenga informazioni rilevanti relative all’azienda ma anche agli sviluppi della situazione economica e politica nazionale ed internazionale.

In alternativa, può essere interessante utilizzare la propria rete intranet per diffondere comunicazioni ed istruzioni utili a garantire lo svolgimento in piena sicurezza delle proprie mansioni.

Allo stesso modo, è importante fare in modo che la comunicazione non sia a senso unico. Istituire una hotline specifica per i dipendenti, aprire un account di posta elettronica per raccogliere le domande più frequenti, utilizzare sondaggi anonimi per capire quali sono le impressioni e lo stato d’animo dei propri dipendenti: sono tutti modi per raccogliere input preziosi, che aiutino a rendere le proprie comunicazioni davvero rilevanti e che magari si possono raccogliere in una specifica sezione FAQ sulle proprie piattaforme.

 

5. Comunicare per essere utili 

In un momento come questo, la comunicazione aziendale, soprattutto quella interna, deve concentrarsi su dare informazioni utili e precise ai dipendenti per garantire il più possibile la continuità operativa in piena sicurezza.

Tuttavia, anche le aziende sono chiamate ad avere un ruolo sociale in queste fasi così delicate; pertanto, può essere utile inserire all’interno delle comunicazioni anche delle indicazioni specifiche circa i sintomi che si possono presentare e le misure di prevenzione da adottare.

Un comportamento del genere è apprezzabile oltre perché rimette le persone al centro delle attività dell’azienda – cosa fondamentale sia quando si parla di customer experience che quando si parla di communication plan – anche perché migliora la reputation dell’azienda, che ora più che mai deve dimostrarsi recettiva e presentarsi come parte attiva del tessuto sociale entro cui è inserita. Anche in questo caso, l’autorevolezza è tutto. Le informazioni che vengono diffuse devono essere chiare, affidabili e verificate.

In questo senso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità è un’ottima fonte da utilizzare: spesso pubblica linee guida su come gestire l’emergenza Covid all’interno del proprio ambiente di lavoro, così come dirama bollettini quotidiani e aggiorna costantemente la propria sezione Q&A relativa al virus e alla prevenzione.

Monitorare questi contenuti e poi riportarli in maniera chiara e comprensibili favorisce la normalizzazione e la rassicurazione dei propri dipendenti.

 

6. Ricordare delle risorse a disposizione 

Poco sopra si è detto che il proprio piano di comunicazione deve essere concreto e visibile. Un modo per ottenere questo risultato è anche ricordare a tutti i propri dipendenti gli strumenti a loro disposizione per affrontare la situazione così complicata.

Questo non si deve limitare solo ai servizi pubblici resi disponibili per l’emergenza (numeri versi, assistenze domiciliari, etc.), ma ricomprende anche le convenzioni attive – magari per le spese mediche o la cura dei minori –  e le diverse misure di sostegno all’occupazione che l’azienda ha deciso di attivare.

A queste è poi possibile aggiungere attività o esperienze organizzate ad hoc dall’azienda proprio durante l’emergenza, che devono essere prontamente comunicate: corsi, webinar, eventi digitali, ma anche servizi di telemedicina o di supporto emotivo.

È importante che tutte queste iniziative vengano comunicate prontamente e che siano presentate non come concessioni, ma come manifestazione della proattività dell’azienda in materia di tutela del benessere dei propri dipendenti.

 

7. Non solo cosa, ma anche come: i video personalizzati

Fino ad ora abbiamo parlato del cosa, tralasciando il come, ma anche il mezzo di comunicazione che si sceglie per comunicare con i propri dipendenti è fondamentale. Ci sono, infatti, tanti canali con cui si può comunicare ai propri dipendenti e ciascuno è adatto ad assolvere una specifica funzione.

Si può, ad esempio, istituire un numero verde per dare la possibilità a tutti di fare domande e ricevere immediata risposta; si possono creare dei micro-siti dedicati per pubblicare aggiornamenti e informazioni utili in tempo reale. Un’ulteriore alternativa possono essere le email, che sono utili per raggiungere direttamente i dipendenti con dei messaggi mirati e magari personalizzati, in base al team in cui lavorano o alle mansioni che devono svolgere.

La personalizzazione, infatti, è uno dei modi per rendere più efficace un canale, come quello delle email che spesso rischia di essere ignorato, anche a causa della grande quantità di messaggi di posta elettronica ricevuti ed inviati in un giorno.

In alternativa, comunicazioni di questo tipo possono essere rese ancora più interessanti inserendo dei grafici o delle immagini che rafforzino il testo, o ancora meglio usando dei video. Del resto, usare i video facilita la fruizione del messaggio, che a maggior ragione viene reso più accattivante se il video utilizzato è anche personalizzabile. Unire personalizzazione e contenuto video significa, infatti, combinare due dei principali trend digitali del momento, ottenendo così uno strumento di comunicazione straordinariamente efficace.

Una prova di questa efficacia è dimostrata da un case study molto interessante che ha avuto come protagonista niente meno che Poste Italiane con la collaborazione di Doxee. Per raggiungere i propri dipendenti in modo originale e coinvolgente, Poste Italiane ha fatto preparare da Doxee un video personalizzato che si rivolgeva direttamente a ciascuno di questi dipendenti, dandogli la possibilità di scegliere diverse opzioni di navigazione così da esplorare liberamente il tema del welfare aziendale.

In questo modo, grazie ai video personalizzati di Doxee, ogni destinatario si è trovato all’interno di un’esperienza di fruizione unica di cui era il protagonista. Ma non un protagonista passivo, anzi, pienamente coinvolto nel costruire il contenuto in base ai propri bisogni ed esigenze, il tutto, tra l’altro, con pochi clic.

Strumenti come questi, per la loro stessa natura, possono rivelarsi molto utili per comunicare in un momento come questo: semplici, chiari, coinvolgenti. Il massimo per far diventare un messaggio importante davvero rilevante.

 

Come abbiamo visto, la ripartenza sta interessando molte aziende e uno delle preoccupazioni principali riguarda la tutela dei propri dipendenti. Come e cosa comunicare? Se vuoi approfondire, abbiamo riassunto gli spunti più importanti in un’infografica.

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cos'è il retail

Cos’è il retail: definizione e distinzioni di un settore tra reale e digitale

Cos’è il retail? Il retail è un settore vastissimo, che va dai grandi magazzini alle macchinette del caffè – che va dalla piazza del paese, alle vetrine digitali – che va dalle trasformazioni più promettenti a possibili apocalissi. Ma, in definitiva, cos’è il retail? Che caratteristiche ha?

Il settore retail si dice spesso essere uno di quelli più importanti per l’economia di un Paese perché rappresenta la cartina tornasole del livello di benessere di uno Stato. In uno Stato in salute, infatti, si produce tanto e, di conseguenza, la ricchezza si riflette sui consumi, che per buona parte si concentrano proprio nel retail. Per questo, nel caso opposto, ovvero nei momenti di crisi, uno dei primi settori a contrarsi è proprio il retail, che va subito in sofferenza: i consumi si riducono e di conseguenza gli operatori che basano il loro business sulla vendita di beni alimentari o di consumo vedono ridursi i ricavi, con tutti i prevedibili riflessi sull’occupazione.

Assodato che il retail abbia un ruolo chiave nelle economie sviluppate, non bisogna però dare per scontata una cosa: cosa si intende quando si parla di settore retail? A ben vedere, infatti, la conformazione di questo segmento è molto più complessa ed articolata di quello che si può credere, anche alla luce degli enormi cambiamenti che sono avvenuti in questi anni per via della trasformazione digitale.

 

Cos’è il retail?

Partiamo, dunque, definendo il termine retail.

Cos’è il retail? Con mercato retail si intende quel mercato che ricomprende tutte quelle attività di vendita da parte di un’azienda o di una società, la quale si rivolge direttamente al consumatore di beni o di servizi che vengono solitamente acquistati per un utilizzo personale o famigliare.

Coloro che operano all’interno di questo ambito vengono definiti, per l’appunto, retailer e possono essere sia al dettaglio che istituzionali. Entrambi sono accomunati da un aspetto: il fatto di svolgere un’attività che prevede un alto numero di operazioni di importo piuttosto contenuto.

Per sua stessa natura, il mercato retail si contrappone a quello cosiddetto wholesale, che indica invece la vendita all’ingrosso da parte di un’azienda a un’altra, anche se è bene precisare che tra le due attività non c’è necessariamente contrapposizione: esistono, infatti, delle imprese che svolgono contemporaneamente entrambe le attività.

A questo punto è interessante notare una cosa: quando si consulta internet per trovare il significato di retail, nella definizione vengono citate come esempi, tra gli altri, la Coop, l’Esselunga e la Coin. Non è di certo sbagliato, ma conviene fare una precisazione: queste tre aziende appartengono ad un ambito del settore retail molto particolare, che è quello delle GDO, ovvero della grande distribuzione organizzata, che niente hanno a che fare con i piccoli negozi di quartiere.

Tuttavia, non è un errato citarle. Esistono, infatti, realtà economiche anche molto diverse tra loro – per dimensione e per core business – che comunque rientrano a pieno diritto nel retail: non bisogna, pertanto, lasciarsi “ingannare” da una, seppur utile, esemplificazione. Tutto questo, a ben vedere, ci fornisce uno spunto interessante per riprendere ed approfondire un aspetto di questo settore a cui si è fatto cenno poco sopra, cioè che il retail è un segmento decisamente variegato.

 

Un settore, tre settori e 5 attività

Solitamente le attività ricomprese nel mercato retail si possono distinguere in tre diverse macroaree:

  1. prodotti alimentari, che ricomprende tutte quelle attività che distribuiscono ai consumatori beni volti al nutrimento degli stessi;
  2. beni di consumo, che comprende tutte le attività che vendono alle persone prodotti che possono essere riutilizzati nel tempo, ma che sono soggetti ad usura in un periodo abbastanza breve – all’incirca tre anni;
  3. beni di consumo durevole, che include le attività che forniscono ai consumatori dei prodotti che possono essere usati più volte nel tempo e che si deteriorano più lentamente, come ad esempio elettrodomestici, mobili o stoviglie.

Ovviamente questa non è l’unica distinzione che si può fare all’interno del settore.

Se è pur vero che il mercato del retail è un mercato BtoC, cioè con una direzione ben precisa che va sempre dall’azienda al consumatore, ci sono tanti modi per realizzare questo percorso. Proprio alla luce di questo è possibile individuare un’ulteriore distinzione interna al settore del retail. Scorrendo nel dettaglio i diversi tipi di retail presenti, infatti, si possono elencare almeno 5 distinte tipologie di attività.

  1. La prima è quella del cosiddetto retail “in sede fissa”. Con questo termine ci si riferisce al classico negozio presso cui è possibile acquistare i prodotti. In base alle diverse tipologie di vendita si possono trovare delle apposite strutture per l’esposizione, come ad esempio le scaffalature o altri genere di espositori. Generalmente, questo tipo di retail si trova lungo le vie stradali oppure dentro centro commerciali.
  2. La seconda categoria di retail è quella dei supermercati, a cui abbiamo già fatto cenno prima parlando della GDO. In questo caso, la tipologia di prodotti acquistabili è molto più ampia, spaziando dall’oggettistica per la casa al settore tecnologico e a quello alimentare.
  3. La terza categoria è quella del discount. Simile in tutto e per tutto a quella descritta sopra dei supermercati, questa categoria tende ad essere più indirizzata verso l’alimentare e si distingue dalla seconda per l’offerta dei cosiddetti beni “non di marca”, i quali sono venduti al dettaglio e generalmente a prezzi più contenuti.
  4. La quarta categoria è quella dei temporary shop. Questo tipo di negozi ha la caratteristica peculiare di aprire e rimanere in attività per un periodo limitato di tempo, solitamente in zone ad alto transito di persone. Questo perché i temporary shop sono spesso parte di una strategia di marketing, in cui hanno il ruolo di touch point fisico che serve a lanciare un nuovo prodotto sul mercato oppure a consolidare un certo brand.
  5. La quinta categoria è quella rappresentata dalle vending machines, ovvero dai distributori automatici. In questo caso il negozio è praticamente inesistente e il servizio è del tutto automatizzato. La cosa interessante è che, rispetto al passato, sono aumentati i tipi di prodotti che si possono acquistare dalle vending machine: si va dagli alimenti, ai prodotti farmaceutici alla piccola oggettistica.

Se queste sono le vie principali – e tradizionali – in cui opera il retail, non si può certo ignorare che con il tempo se ne sono aggiunte di nuove che rapidamente hanno raggiunto una rilevanza sempre maggiore.

 

I negozi digitali

Con l’arrivo di internet e la sua rapida diffusione nella popolazione, anche il retail si è adattato in modo da poter approfittare delle grandi opportunità offerte dalla trasformazione digitale. Proprio a fronte di questo, si sono aggiunte due ulteriori categorie.

6. La sesta categoria è quella dell’internet retail, appunto, costituita sostanzialmente dagli e-commerce, ovvero piattaforme in cui è possibile navigare e acquistare i prodotti cercati ricevendoli a casa in un secondo momento. A ben vedere, queste piattaforme altro non sono se non la trasposizione digitale dei negozi fisici e, infatti, non a caso molti retailer prevedono nel loro business l’impiego integrato di canali di vendita tradizionali e canali di vendita digitale, in modo da aumentare il numero di consumatori che teoricamente possono acquistare e contestualmente da ridurre le eventuali rimanenze di magazzino.

7. La settima categoria, in realtà, si può considerare “una costola” della sesta. Ci stiamo riferendo al mobile retail, ovvero a quell’esercizio commerciale basato unicamente su una app per smartphone che permette l’acquisto immediato di prodotti senza bisogno di fare riferimento ad un sito specifico. Anche in questo caso, come in quello degli e-commerce, è raro che un retailer preveda come unico canale di vendita il mobile retail, a meno che non ci si trovi di fronte a business con esigenze organizzative molto particolari o che si concentrano su tipologie merceologiche molto specifiche.

In generale, infatti, la tendenza è quella di integrare il più possibile le diverse categorie di retail garantendo così al consumatore la possibilità di acquistare sia nel negozio fisico sia online.

Da quanto detto, si può pensare che la trasformazione digitale abbia rappresentato uno straordinario “colpo di fortuna” per il settore retail, dal momento che proprio internet permetterebbe a tutti i retailer di vendere più prodotti, avendo a disposizione una vetrina gigantesca per le proprie merci. D’altro canto, se si prendono in considerazione alcuni dati relativi alla diffusione di internet nella popolazione sembra che non si possa arrivare ad altra conclusione.

Secondo le rilevazioni più recenti, infatti, sono più di 50 milioni gli italiani che accedono ad internet, vale a dire oltre 9 su 10, numero che, peraltro, cresce di anno in anno. Di questi, ben il 93% ha visitato almeno uno store online da un qualsiasi device e il 77% degli stessi, lo scorso anno, ha acquistato un bene o un servizio sulla rete, usando indistintamente un personal computer o uno smartphone. A fronte di queste statistiche, non sorprende che quest’anno il valore dei beni di consumo acquistati su una piattaforma e-commerce sia aumentato ulteriormente rispetto all’anno scorso raggiungendo i 15.83 miliardi di dollari, mentre la media di spesa delle persone è rimasta sostanzialmente invariata attestandosi attorno ai 400 dollari pro capite. Allo stesso modo, anche il numero di persone che hanno acquistato beni online nel 2019 è in continuo aumento, avendo superato i 39 milioni di consumatori.

Pertanto, tutto farebbe supporre che il retail sia stato uno dei pochi settori, se non l’unico settore ad aver avuto solo benefici dalla trasformazione digitale, a differenza di quanto invece è accaduto ad altri scomparti economico – tra gli altri si pensi al banking, al finance o, sopra a tutti, alle telecomunicazioni. La verità, però, è parzialmente diversa.

 

Le solite difficoltà

È innegabile che i ritmi con cui cresce la digitalizzazione nel nostro Paese e nel mondo ha garantito una notevole accelerazione di questo particolare segmento del retail che continua a macinare numeri veramente impressionanti.

Anche solo limitatamente all’Italia, l’e-commerce ha, infatti, fatto registrare una crescita del 30% e il trend non sembra assolutamente fermarsi. Anzi. Rispetto al 2015, quest’anno il giro di affari generato dall’intero comparto e-commerce è cresciuto del 140% ed è previsto che entro il 2023 ci saranno ulteriori crescite in tutti i segmenti, ma specialmente nell’elettronica, nell’abbigliamento, nel food, nei prodotti per la cura della persona e negli elettrodomestici.

Questo però non significa che anche il retail tradizionale si trovi nella stessa condizione.

Da diverso tempo, infatti, i retailer più piccoli stanno soffrendo la concorrenza dei supermercati e delle GDO in generale che cannibalizzano il mercato e accentrano su loro stessi la maggior parte delle spese dei consumatori. A questo si è aggiunta anche la trasformazione digitale ha aperto la strada a nuovi competitor che sono diventati temibili tanto per il piccolo negozio di quartiere quanto per il colosso della grande distribuzione.

Non a caso, da diverso tempo si sta parlando di “apocalisse del retail”, espressione con cui ci si riferisce alla “fuga” dei clienti dai negozi fisici a favore dell’e-commerce.

Tale fenomeno è particolarmente evidente negli Stati Uniti, al punto tale che ad esso è stato dedicato un sito specifico, che raccoglie l’elenco e le foto di tutti i dead malls del Paese. Sebbene alcune istituzioni economiche americane minimizzino la questione, è innegabile che il settore abbia sofferto molto in passato (in America, le visite ai centri commerciali sono diminuite del 50% tra il 2010 e il 2013) e anche nel nostro Paese si sta iniziando a ragionare su una possibile “retail apocalipse all’italiana”, sottolineando come le rendite dei centri commerciali siano andate nel tempo diminuendo da un massimo del 6,4% al 5% del 2019.

 

Tutta colpa dell’e-commerce?

È chiaro che difficilmente questa situazione può essere imputata solo ed esclusivamente all’avvento dell’e-commerce.

In questo senso, sicuramente hanno influito anche aspetti esterni, come la progressiva frenata della ripresa economica registrata in questi anni, ed aspetti legati al gusto e all’abitudine dei consumatori, che sempre più sembrano preferire esperienze personalizzate – siano esse online o offline – e questo potrebbe averli portati a “riscoprire” dimensioni più ridotte e meno “seriali” di retail.

In ogni caso, ciò che è certo, è che la trasformazione digitale, se ben cavalcata, può diventare un incredibile volano per tutti i retailer, soprattutto per quelli più piccoli, che possono raggiungere molti più clienti e far conoscere i propri prodotti in modo molto più efficace. Anche perché il consumatore appare recettivo a questo tipo di trasformazioni.

La sfida, dunque, è tutta per i player di mercato, che devono capire come cambiare in modo tale da sfruttare a proprio vantaggio la digitalizzazione. Non è certo una sfida semplice, ma ci sono alcune direttive che si possono prendere e alcuni trend che si possono seguire per provare a cavalcare il mercato.

 

Scopri tutti i trend, le sfide e le novità che caratterizzano il settore Retail – scarica l’infografica!

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