La digitalizzazione nel settore Finance: le 3 lezioni dalle Fintech

La digitalizzazione nel settore Finance: finanza e digitalizzazione sono un’accoppiata che ormai da qualche anno sta dimostrando di avere notevoli potenzialità.

A dirlo sono i dati che riguardano le Fintech, ossia quelle aziende che offrono servizi e prodotti finanziari attraverso le più avanzate tecnologie digitali. In altre parole, rappresentano la versione hi-tech del settore bancario.

L’inizio dell’ascesa di questo tipo di attività si può far risalire al 2008, anno che corrisponde al pieno della crisi economica che ha coinvolto, tra l’altro, un numero rilevante di istituti di credito. Approfittando, infatti, dello stato di sofferenza delle banche, le Fintech si sono presentate come un’alternativa smart, veloce e semplice, alternativa alla lentezza macchinosa del settore bancario tradizionale.

Da subito, i principali servizi offerti da queste start-up finanziarie hanno riguardato il crowfunding, l’asset management, il peer-to-peer lending, la gestione e il controllo del proprio conto corrente e la raccolta di dati.

Da quando sono apparse, tali aziende hanno mostrato una certa aggressività competitiva, andando a conquistare fette di mercato sempre più rilevanti, a scapito delle banche tradizionali e presentandosi come un’alternativa credibile per la fruizione di servizi finanziari.

In particolare, il 2018 si è rivelato un anno particolarmente fruttuoso per il settore Fintech, che ha mostrato a livello globale dei risultati decisamente notevoli.

 

I dati di un’ascesa nel settore Finance

Secondo uno studio di KPMG, solo gli investimenti del primo semestre del 2018 hanno superato abbondantemente quelli del 2017, confermando così il 2018 come anno record per tutto il settore. È stato, infatti, registrato un aumento degli investimenti di quasi 20 miliardi di dollari per un totale di 845 operazioni.

Inoltre, la dimensione media dei finanziamenti di venture capital in fase late stage ha raggiunto i 25 milioni di dollari, rispetto alla media annuale di 14 milioni registrata nel 2017. Lo stesso vale per le operazioni in fase early stage, che sono passate da una media di 5 milioni di Dollari nel 2017 a 9,2 milioni di Dollari a metà del 2018. Per avere un’idea d’insieme, le 7500 start-up sparse in tutto il mondo hanno raccolto circa 110 miliardi di dollari, tra operazioni ed investimenti.

Questo dimostra, da un lato, la sempre maggior attenzione che imprese di questo tipo stanno suscitando negli investitori internazionali e, dall’altro, che l’intero settore non è più percepito come emergente, ma al contrario rappresenta un competitor credibile (e talvolta temibile) per gli istituti di credito vecchio stile.

 

La situazione in Italia: adagio, ma sostenuto

Anche in Italia, il settore Finance ha conosciuto una crescita notevole sebbene inferiore rispetto a quella di altri paesi. Come a dire che stiamo arrivando anche noi, ma più a passo lento che a passo di marcia.

Secondo il report pubblicato dall’Osservatorio Fintech ed Insurtech del Politecnico di Milano l’Italia starebbe “spiegando le vele”. Risulterebbe, infatti che nel 2018 circa 11 milioni di italiani hanno utilizzato almeno un servizio fornito da un’azienda Fintech. In altre parole, una persona su quattro ha provato e ne è rimasta decisamente soddisfatta. Anche in termini di investimenti la situazione sembra decisamente incoraggiante. Negli ultimi tre anni, le start-up di Fintech in Italia avrebbero raccolto circa 25 miliardi di euro, diventando, dunque, player competitivi nel settore finanziario.

Questa acquisita rilevanza è stata ulteriormente confermata anche da un avvenimento diciamo così “politico”. Proprio nel 2018 è nata, infatti, la prima “lobby” del Fintech italiano. Si chiama ItaliaFintech e riunisce i principali protagonisti del settore.

Gli obiettivi di questa organizzazione sono sostanzialmente due:

  • il primo, espandere ulteriormente il mercato, così da favorire l’ingresso di nuovi clienti e rendere più facile ed immediata la comprensione e la fruizione dei servizi offerti;
  • il secondo, agevolare ed accrescere il dialogo tra istituzioni e banche tradizionali in modo da incanalare lo sviluppo del mercato, registrato in questi anni, e trasformare le potenzialità di crescita in trend di sviluppo stabili e coerenti.

È interessante analizzare la composizione di questa “lobby”: sono 19 le aziende Fintech che vi partecipano, la maggior parte delle quali offrono servizi di pagamento elettronico. Tutte insieme, esse rappresentano un portafoglio europeo di oltre 920mila clienti, di cui 425mila solo in Italia. La capacità di raccolta complessiva di investimenti ammonta attualmente a circa 253 milioni di euro.

Anche in Italia, dunque, qualcosa si muove, non in maniera certamente esplosiva, ma in modo incoraggiante e questo permette di essere, da un certo punto di vista, più ottimisti.

 

Insieme è meglio

Per diverso tempo, le banche tradizionali hanno guardato in modo diffidente queste nuove realtà imprenditoriali sostanzialmente subendo il loro assalto.

Vittime di processi interni complessi e costosi, le banche sono rimaste notevolmente indietro rispetto alla trasformazione digitale. La digitalizzazione nel settore finance è stata, fino ad ora, lenta anche a causa di una certa difficoltà a comprendere fino in fondo il fenomeno, come se si stesse parlando di una moda passeggera o di una “bolla” digitale che presto o tardi sarebbe scoppiata.

Non ultimo, anche la difficoltà a reperire in modo veloce e relativamente poco costoso il know how per sviluppare le tecnologie digitali necessarie ha contribuito ad aumentare la distanza tra istituti di credito e mondo digitale.

È interessante però notare che, sempre secondo gli ultimi dati, questo gap si sta via via riducendo.

Lo testimonia il fatto che molte banche hanno non solo “abbattuto” i propri pregiudizi nei confronti del Fintech, ma hanno anche capito che è strategicamente necessario allearsi (e talvolta acquistare) alcuni di questi player per mantenersi davvero competitivi sul mercato.

In tutto il mondo sono molteplici gli esempi di istituti di credito che hanno iniziato a stringere rapporti commerciali strategici con le start-up finanziarie.

Ad esempio, la banca spagnola BBVA ha realizzato una serie di investimenti particolarmente rilevanti, che l’hanno portata ad acquistare la Holvi, che si definisce una moderna azienda bancaria digitale adatta a freelance e imprenditori, o l’americana Simple, che si ripromette di fornire servizi di gestione del risparmio e del conto semplici, veloci e intuitivi. Lo stesso ha fatto anche Santander, che negli anni scorsi ha lanciato un fondo di investimenti appositamente dedicato, di circa 100 milioni di dollari.

Anche in Italia c’è qualche esempio.

Intesa San Paolo, Mediolanum, Unicredit: questi sono solo alcuni dei gruppi che in Italia si stanno avvicinando al mondo della finanza digitale o che hanno iniziato progetti di investimento nel lungo termine per sviluppare una strategia di implementazione tecnologica, sulla falsa riga di ciò che hanno fatto negli anni scorsi le Fintech.

Ma quali sono le lezioni più importanti che le banche hanno appreso dalle start-up finanziarie in questi anni?

 

La prima lezione delle FinTech: la blockchain

La prima lezione che le banche tradizionali hanno appreso, loro malgrado, dall’incontro-scontro con le Fintech è che la digitalizzazione nel settore finace permette di aprire inedite finestre di mercato, dando la possibilità di offrire ai propri clienti prodotti e servizi innovativi e tecnologicamente avanzati

Un esempio interessante è la BlockchainÈ un sistema di raccolta e gestione dei dati. Ossia, è la tecnologia che permette la formazione di un grande database, strutturato in blocchi che contengono transazioni e che sono collegati tra loro in modo tale che ogni transazione avviata sulla rete deve essere validata dalla rete stessa attraverso l’analisi di ciascun blocco.

In altri termini, la Blockchain funziona come una sorta di registro pubblico condiviso che archivia asset e transazioni su una rete peer-to-peer.

La sua funzione è quella di permettere la gestione di tutte le informazioni collaterali ad una transazione tramite la crittografia fra i partecipati della rete, i quali verificano di volta in volta tutto il pacchetto di informazioni presente in ogni blocco.

Questo, in un certo senso, li rende immodificabili.

Il contenuto dei blocchi può essere modificato ma solo tramite un’operazione che richiederà l’approvazione della maggioranza dei nodi della rete che comunque non andrà ad avere alcun impatto rispetto allo “storico”: ogni modifica, infatti, lascia sul percorso dell’informazione stessa una traccia.

Per questo, si può dire che la Blockchain sia una sorta di Libro Mastro decentralizzato, che consente lo scambio di informazioni e valori tra privati in maniera assolutamente sicura, poiché non esiste un solo “Libro”, ma tante copie dello stesso presso altrettanti validatori, che certificano la bontà della transazione avvenuta.

I vantaggi di questa tecnologia (anche se a ben vedere definirla così è piuttosto limitativo) sono molteplici:

  • Il primo, piuttosto intuitivo, è quello di rendere i pagamenti più veloci per il cliente dal momento che le banche possono elaborare in maniera più accurata e rapida le richieste di trasferimento di denaro, semplificando alcuni passaggi e mantenendo un livello alto di sicurezza;
  • In secondo luogo, l’impiego della tecnologia Blockchain permette alle banche e ai clienti di ridurre i costi operativi perché di fatto riduce il numero di intermediari;
  • A ciò si aggiunge che, essendo basata su un sistema in cui ogni variazione che la transazione subisce deve essere verificata e approvata da tutta la rete di nodi, la Blockchain riduce preventivamente il rischio che la banca venga coinvolta in eventuali contenziosi, dal momento che non è prevista una approvazione automatica, ma la collaborazione manuale di tutti i validatori che si trovano, dunque, a dover analizzare le varie modifiche della transazione, passo passo;
  • Un altro vantaggio decisamente interessante offerto dalla tecnologia Blockchain sono gli smart contracts, uno strumento perfetto per andare incontro ai bisogni dei clienti sempre più digital. Gli smart contracts, che in realtà esistevano già negli ’70 e sono stati oggetto di sperimentazione negli anni ’90, altro non sono che trasposizioni in codice di un contratto e permettono di accertare in automatico l’avverarsi di determinate condizioni e di far seguire ad esse determinate conseguenze. In questo modo, il contratto “autoverifica” le clausole contenute al suo interno e se queste corrispondono ai dati reali di riferimento, si “autoesegue” autonomamente. La Blockchain, in realtà, non ha permesso la creazione di questo prodotto, ma ha fornito un sistema di gestione più efficace e sicuro, a fronte delle informazioni rilevanti e dei valori che possono essere oggetto del “contratto intelligente”. Implementare questo tipo di prodotti grazie a questo tipo di tecnologia significa aprirsi a nuovi mercati e andare ad aumentare la platea dei possibili clienti, che vedono soddisfatte le loro aspettative di digitalizzazione. Un altro vantaggio di questo strumento è che esso permette di snellire le procedure per l’erogazione di mutui e prestiti o i processi legati al trasferimento di proprietà, facendo diminuire le spese per la banca. Per dare un’idea, solo per quanto riguarda gli Stati Uniti e l’Europa, adottando gli smart contracts, le banche potrebbero diminuire i costi delle procedure di 3-11 miliardi all’anno.

 

La seconda lezione delle Fintech: i Big Data 

Un altro elemento che le banche possono apprendere dalle Fintech, per beneficiare fino in fondo della digitalizzazione, è l’uso dei Big Data.

Sebbene non abbiano le stesse competenze tecniche, i maggiori gruppi bancari hanno un notevole vantaggio competitivo, che è costituito dal patrimonio informativo di cui gli stessi possono disporre.

In questo senso, la digitalizzazione e la partnership strategica con alcune start-up digitali possono essere la chiave per un irresistibile successo di mercato nel settore Finance.

Se si è in grado di sviluppare una certa capacità di analisi, disponendo magari di software che permettono di leggere, raccogliere e gestire grandi quantità di dati, non solo è possibile integrarli all’interno delle proprie strategie di marketing, anticipando le richieste del cliente, ma gli stessi dati si possono utilizzare trasversalmente come, ad esempio, nel risk managment o nel supporto alle decisioni di investimento.

 

La terza lezione delle Fintech: puntare alle nuvole 

Un notevole vantaggio competitivo può derivare anche dalla gestione digitalizzata dei documenti nel settore Finance.

In questo senso, è strategica l’implementazione della tecnologia Cloud (ennesimo insegnamento trasmesso dalle aziende Fintech), che comporta molteplici vantaggi per gli istituti bancari tradizionali:

  • Primo tra tutti è quello del risparmio. Utilizzando asset condivisi, infatti, è possibile aumentare il livello di scalabilità dei processi interni, evitando di gestire il loro funzionamento in house e di gravare sul dipartimento IT;
  • Il secondo vantaggio riguarda la possibilità di sfruttare la tecnologia Cloud per offrire sul mercato soluzioni innovative. Grazie, infatti, alla sua estrema flessibilità, il Cloud permette di attivare le risorse IT solo quando è strettamente necessario e secondo modelli PAYG (pagando cioè solo per i servizi attivati e il tempo utilizzato);
  • Il Cloud, inoltre, garantisce alti livelli di sicurezza per la gestione dei documenti. In passato, una tecnologia decentrata di questo tipo era guardata con diffidenza, proprio perché affidare ad altri lo “stockaggio” dei propri documenti sollevava questioni di affidabilità.

In realtà, i sistemi in cloud possono contare su misure di difesa decisamente più elevate dei sistemi in house.

I primi, infatti, possono contare su meccanismi di sicurezza ottimizzati e sempre aggiornati grazie ai rilevanti investimenti infrastrutturali. Questo significa, non solo ridurre il numero di attacchi hacker a cui si può essere soggetti, ma anche garantirsi una maggiore continuità operativa, poiché i dati sono accessibili anche durante i downtime.

 

In conlusione

La digitalizzazione nel settore Finance è un percorso lungo e talvolta accidentato, ma gli istituti bancari devono imboccarlo, magari seguendo il tracciato di alcuni pionieri che hanno aperto la strada. Gli esempi fatti dimostrano che il settore Finance ha delle notevoli potenzialità che possono essere realizzate solo con un’adeguata trasformazione digitale, sia in termini di mercato che in termini di risparmio operativo. Per essere sempre aggiornati, in cammino verso il futuro.

 

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