Per stabilizzare il clima e limitare i rischi per l’ambiente, la scienza da tempo ci indica una strada obbligata: transizione energetica, decarbonizzazione e riduzione delle emissioni di gas serra nell’atmosfera. È l’approccio “net zero carbon”: la quantità di anidride carbonica rilasciata attraverso le attività quotidiane da una persona, un’azienda o un Paese viene bilanciata assorbendo o rimuovendo la stessa quantità dall’atmosfera. In realtà la formula “net zero carbonviene oggi interpretata in un senso ancora più stringente, andando a indicare quelle attività che riescono a impedire attivamente il rilascio di anidride carbonica, per esempio attraverso processi produttivi sostenibili e l’uso esclusivo di fonti energetiche rinnovabili.

La decarbonizzazione, in particolare, è un obiettivo a lungo termine su cui le imprese che operano nel settore utility investono da tempo attenzione e risorse. L’obiettivo, condiviso con istituzioni e organizzazioni internazionali, è quello di ottenere, in un orizzonte compreso tra i 10 e i 30 anni, una significativa riduzione delle emissioni di GHG (i GHG sono i Greenhouse Gases, i cosiddetti “gas serra”, tra i principali responsabili del cambiamento climatico).

 

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Gli utility planners (coloro che all’interno delle company si occupano di promuovere e organizzare l’innovazione) possono vantare una storia di eccellenza nella pianificazione di strutture di trasmissione, distribuzione e generazione dell’energia. Questa tradizione di eccellenza ha trovato nella digitalizzazione un formidabile volano grazie al quale è oggi possibile ripensare la decarbonizzazione e le modalità della sua attuazione, accelerando sul breve termine. I recenti sviluppi tecnologici consentono alle aziende di impostare strategie “più informate” (perché basate su dati più accurati), per aumentare la resilienza e l’efficienza operativa e ridurre i rischi ambientali. 

Abbiamo parlato a  lungo del settore Utility: dai 5 trend per il futuro del settore utilities alle nuove tecnologie di comunicazione all’interno del settore.

Prima di descrivere i cambiamenti che stanno avvenendo nel settore delle utility proviamo a rispondere a due domande, assolutamente centrali rispetto al discorso che vogliamo portare avanti in questo articolo: quali sono i principali sistemi di emissioni dirette di anidride carbonica che le utility sono chiamate a governare? E quali sono le azioni di decarbonizzazione che le utility possono mettere in atto per spingere una transizione energetica oggi più che mai cruciale?

 

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Fonti dirette di anidride carbonica e azioni di decarbonizzazione

Durante i processi di produzione di energia viene emessa anidride carbonica che si sprigiona per effetto della combustione di combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) e attraverso emissioni non energetiche (ad esempio, emissioni associate a processi industriali e alla deforestazione). 

Le emissioni di anidride carbonica legate all’energia rappresentano fino all’83 % di quelle totali (fonte: McKinsey)

Secondo McKinsey (The net-zero challenge: Accelerating decarbonization worldwide) sono sette i sistemi che sfruttano per il loro funzionamento risorse di energia e suolo e costituiscono allo stesso tempo altrettanti fonti dirette di emissioni globali:

  • Energia (elettricità e generazione di calore)
  • Industria (l’insieme dei processi industriali, inclusa la produzione di acciaio, cemento e prodotti chimici, l’estrazione e la raffinazione di petrolio, gas e carbone)
  • Mobilità (tutte le forme di trasporto e di movimentazione di merci e persone: aereo, ferroviario, marittimo e su strada)
  • Edifici (riscaldamento e cucina)
  • Agricoltura (l’uso diretto dell’energia in azienda, le emissioni delle pratiche agricole e della pesca)
  • Silvicoltura e altro uso del suolo (questo sistema ha, a differenza degli altri, la capacità di assorbire l’anidride carbonica)
  • Rifiuti (smaltimento e trattamento dei rifiuti solidi, incenerimento e trattamento delle acque reflue)

Poiché questi sistemi energetici e di uso del suolo sono interdipendenti e ciascuno di essi contribuisce in modo sostanziale alle emissioni, per accelerare una transizione che conduca all’azzeramento delle emissioni nette è necessario agire contemporaneamente su tutti i sistemi, intervenendo sulle economie a livello globale, attraverso alcune modalità che si stanno rivelando particolarmente efficaci:

  • lo spostamento del mix energetico dai combustibili fossili verso l’elettricità a emissioni zero e altri vettori energetici a basse emissioni come l’idrogeno; 
  • l’aggiornamento dei processi industriali e agricoli nel senso di un maggiore efficienza e sostenibilità ambientale; 
  • una migliore gestione della domanda di energia, per esempio attraverso smart grid e contatori intelligenti; 
  • l’adozione convinta di logiche tipiche dell’economia circolare
  • una riduzione del consumo di beni ad alta intensità di emissioni; 
  • lo sviluppo e l’implementazione di “tecnologie di cattura” mediante stoccaggio del carbonio (CCS); 
  • il potenziamento dei pozzi di gas serra.

Decarbonizzazione e transizione energetica sono due questioni strategiche che hanno un significato politico e sociale oltre che economico e sono regolate all’interno dei quadri legislativi dei singoli Paesi e delle diverse organizzazioni internazionali. Per capire in profondità come cambia il settore delle utility dobbiamo allora dare uno sguardo al contesto, europeo e italiano.

Il Green Deal europeo per la neutralità climatica: un approccio olistico e intersettoriale

Con il Green Deal europeo la UE si impegna a conseguire la neutralità climatica entro il 2050 dando seguito agli Accordi di Parigi del 2015 (stipulati, a vario titolo, tra 196 Paesi in tutto il mondo). Se l’obiettivo principale rimane quello di definire un quadro di interventi volti a limitare il riscaldamento globale e ad affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici, il Deal afferma con ancora più forza l’esigenza di una vera trasformazione della società e dell’economia dell’Europa, che sia efficiente in termini di costi, equa e socialmente equilibrata. 

È il pacchetto legislativo “Pronti per il 55%” che tradurrà in atti pratici la strategia dell’UE.

Tra le conclusioni del Consiglio europeo del 12 dicembre 2019 si legge: “La transizione verso la neutralità climatica offrirà opportunità significative, ad esempio un potenziale di crescita economica, di nuovi modelli di business e mercati, di nuovi posti di lavoro e sviluppo tecnologico”.

L’approccio adottato è dunque olistico e intersettoriale: tutti i settori pertinenti, fortemente interconnessi, contribuiscono al raggiungimento dello scopo ultimo con iniziative specifiche riguardanti clima, ambiente, energia, trasporti, industria, agricoltura e finanza sostenibile.

La decarbonizzazione come passaggio decisivo per annullare l’impatto climatico

Se pensiamo che il 75% delle emissioni di gas serra nell’Unione europea è causato dalla produzione e dall’uso di energia possiamo facilmente comprendere come la decarbonizzazione del settore energetico costituisca un passo fondamentale per dare vita a una Unione a zero impatto climatico. Le iniziative intraprese riguardano: 

  • il sostegno allo sviluppo e alla diffusione di fonti di energia più pulita (per esempio energie rinnovabili e idrogeno),
  • l’integrazione dei sistemi energetici dell’Unione,
  • lo sviluppo di infrastrutture energetiche interconnesse attraverso i corridoi energetici, 
  • l’aggiornamento dell’attuale legislazione in materia di efficienza energetica ed energie rinnovabili.

Il Green Deal europeo si inscrive nel solco del Piano 2030 a cui anche il Governo italiano, insieme alle istituzioni e alle aziende di servizi degli altri Paesi europei, sta dando seguito attraverso un insieme di azioni concrete.

Il Piano 2030, che intende attuare quanto stabilito dal regolamento europeo sulla governance dell’unione dell’energia e dell’azione per il clima, è lo strumento con il quale ogni Stato contribuisce alla messa a terra delle regole e dei provvedimenti stabiliti dal pacchetto europeo Energia e Clima 2030 (che prende a sua volta le mosse dalle decisioni del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dell’ottobre 2014, in cui fu approvato il quadro comunitario per le politiche dell’energia e del clima al 2030). 

Il pacchetto europeo Energia e Clima si esprime su cinque “dimensioni dell’energia”:

  1. decarbonizzazione (incluse le fonti rinnovabili); 
  2. efficienza energetica; 
  3. sicurezza energetica; 
  4. mercato interno dell’energia; 
  5. ricerca, innovazione e competitività.

Fin qui abbiamo parlato dei programmi per la sostenibilità ambientale e la normalizzazione del clima a cui aderiscono a vario titolo tutte le organizzazioni, private e pubbliche, che operano nel settore idrico, dell’energia, dei servizi di gestione rifiuti. A queste linee guida e ai comportamenti virtuosi prescritti dalle regole internazionali aderiscono, quindi, a maggior ragione, anche le utility company le quali, d’altra parte, per quanto dimostrino una sostanziale ricchezza di iniziative, presentano anche alcuni punti deboli.

Transizione energetica europea: i punti deboli delle utility company

Il parametro più importante con cui viene oggi misurato l’impegno delle utility company per ridurre l’impatto sull’ambiente sono le emissioni di anidride carbonica. A fronte dell’impegno dichiarato dalle imprese del settore su questo tema, sembrano esserci ancora notevoli margini di azione. 

Secondo il sito di Altreconomia la maggior parte delle utility europee sarebbe in ritardo rispetto agli obiettivi a breve termine, molto ambiziosi, fissati dall’agenda dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (International Energy Agency – IEA). In particolare, sia per motivi contingenti sia per ragioni strutturali, sembrano ancora lontani: 

  • la dismissione del carbone entro il 2030 nei Paesi Ue e in quelli dell’Ocse (entro il 2040 per il resto del mondo); 
  • la decarbonizzazione completa della produzione di energia elettrica entro il 2035, con la chiusura degli impianti a gas fossile; 
  • l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, che entro il 2030 dovrà raggiungere il 60% del mix energetico del Vecchio continente. 

E i protagonisti italiani del settore utility come stanno affrontando la sfida della transizione ecologica?

La transizione ecologica italiana, tra decarbonizzazione, digitalizzazione ed economia circolare

Nel 2020 – anno di riferimento del Report Le Utility italiane per la transizione ecologica e digitale 2021 di Utilitalia – la transizione economica è costata alle utility italiane 11 miliardi di euro, un dato in crescita rispetto allo studio precedente che testimonia come gli investimenti in decarbonizzazione, circolarità e trasformazione digitale non siano affatto diminuiti, neanche in piena emergenza pandemica. 

Questi 11 miliardi di euro si riferiscono a quanto distribuito ai lavoratori, agli azionisti, alla Pubblica Amministrazione, ai finanziatori, alle comunità locali e reinvestito in azienda. 

Nel dettaglio, gli investimenti sostenibili delle utility italiane valgono 4,5 miliardi di euro, distribuiti su tre linee di intervento:

  • 603 milioni di euro nella decarbonizzazione;
  • 287 milioni nella digitalizzazione;
  • 182 milioni nell’economia circolare.

Tra i fattori che possono contribuire a imprimere un’accelerazione ai processi di decarbonizzazione, non solo in Italia, troviamo: la sinergia tra pubblico e privato, un adeguato quadro normativo, la trasformazione digitale.

Decarbonizzazione e digitalizzazione: come mettere al centro la soddisfazione dei clienti

Secondo quanto riportato dal paper Utility protagoniste della transizione ecologica: la sfida della decarbonizzazione pubblicato da Utilitalia la digitalizzazione gioca un ruolo determinante nella decarbonizzazione delle economie.

Nel report, che si concentra sulla generazione e distribuzione di energia elettrica, viene data grande rilevanza alla pervasività della digitalizzazione:

“Complessivamente, l’impatto globale della digitalizzazione sulle emissioni industriali è stato stimato in 12 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente al 2030: questo dato è legato alla pervasività della digitalizzazione, che ha un ruolo abilitante per la maggior parte delle tecnologie che abiliteranno la riduzione futura delle emissioni”.

Tra le tendenze in atto nel settore delle utility – di cui sopra – avevamo accennato anche alla digitalizzazione. Qui vogliamo mettere in evidenza, una volta di più, i vantaggi prodotti dalle tecnologie digitali sia sulla qualità del servizio sia sul funzionamento operativo: dalla riduzione delle interruzioni e del downtime, ai risparmi derivanti dal migliore sfruttamento delle reti e degli impianti, dal taglio sui costi operativi, al miglioramento degli indicatori relativi a sicurezza, affidabilità, soddisfazione dei clienti e compliance. 

Non solo digitalizzazione delle infrastrutture; nel settore utility la rivoluzione riguarda anche la digitalizzazione nel rapporto con gli utenti: dall’utilizzo di canali digitali per il contatto e il supporto ai clienti, fino alla fornitura di servizi digitali integrati (per esempio con la domotica). Grazie alle tecnologie di ultima generazione le utility oggi possono: 

  • aggiornare gli impianti e le infrastrutture da remoto;
  • raccogliere e analizzare enormi quantità di dati; 
  • integrare le informazioni ottenute in sistemi di controllo e gestione su cloud; 
  • potenziare la cybersecurity,
  • ripensare la customer experience.

Investire sulla digitalizzazione può davvero fare la differenza nella fornitura dei servizi ai clienti e nel rapporto con gli utenti finali. I leader delle utility company sono oggi in grado di acquisire un vantaggio competitivo investendo sull’ottimizzazione del percorso del consumatore. Pensiamo, per esempio, che nel caso di interruzioni la soddisfazione del cliente deriva dalla qualità del servizio di assistenza tanto quanto dalla risoluzione del problema: la tempestività con cui vengono fornite informazioni chiare e complete e la facilità di accesso all’account personale contano come la rapidità dell’intervento fisico su guasti e malfunzionamenti. 

Inoltre, i canali digitali e self-service sono fattori chiave per ottenere una maggiore soddisfazione a un costo inferiore: dal 2018 al 2020, le utility che hanno investito sui loro strumenti digitali hanno registrato un aumento medio della soddisfazione dei clienti del 2%, mentre quelle che non lo hanno fatto hanno registrato, sulla stessa metrica, un calo medio dell’1%. Lo conferma anche l’International Energy Agency

Nel suo studio Digitalization & Energy, l’IEA descrive il potere trasformativo della digitalizzazione e segnala al contempo alcuni pericoli: “la digitalizzazione sta contribuendo a migliorare la sicurezza, la produttività, l’accessibilità e la sostenibilità dei sistemi energetici in tutto il mondo. Ma sta anche sollevando nuovi rischi per la sicurezza e la privacy, sconvolgendo i mercati, le imprese e i lavoratori”.

Un sistema energetico altamente interconnesso, in cui la relazione del cliente con le utility acquista sempre più valore, si evolve lungo tre direttrici: digitalizzazione, decentralizzazione e decarbonizzazione. In particolare il maggiore coinvolgimento dei clienti, raggiunto attraverso la personalizzazione della comunicazione, può aiutare a prevenire, controllare e risolvere potenziali interruzioni legate alla domanda, alla disintermediazione e ad eventi climatici inaspettati.