fbpx
Information, news and best practices covering our industry, company, partners and customers

Le tre marketing buzzword di novembre

I dizionari sono organismi viventi, che si rinnovano continuamente. Solo l’anno scorso, ad esempio, nello Zingarelli di italiano sono comparsi cinquecento nuovi termini. Nel mondo del marketing, il fenomeno della diffusione di neologismi è ancor più frenetico. Per il mese di novembre, analizziamo tre nuove buzzword: Gen Z, Gig Economy, and Small Data.

 

Gen Z

Ebbene sì… anche il termine ‘Generation Y’ ha fatto la sua storia. Ci spiace farti sentire attempato, ma i vecchi cari millenial sono oggi uomini e donne sulla trentina. Quelli che sono spesso stati definiti come i primi ‘nativi digitali’ potrebbero benissimo, oggi, avere già dei figli molto più digitalizzati di loro.

La Gen Z (conosciuta anche come Generation Z, iGen, Post-Millennials, Centennials, o Plurals) identifica le persone nate dalla seconda metà degli anni novanta fino al 2010. Rappresentano il 26% dell’attuale popolazione mondiale.

Secondo un interessante report di Google chiamato proprio ‘Gen Z’, i membri di queta generazione sono ben diversi dai propri predecessori. La più grande differenza – in termini tecnologici – riguarda il loro essere non solo nativamente digitali, ma anche mobile first. Questo significa che, per i ragazzi che oggi hanno dai 7 ai 23 anni, lo smartphone è il primo punto di accesso con la rete, non solo per navigare e rimanere in contatto con le persone, ma anche per tutta quella serie di attività che i millenial (e i loro genitori) normalmente preferiscono ancora svolgere con computer desktop (l’acquisto di prodotti online, o i videogiochi, ad esempio). Avere uno smartphone è, sempre secondo il report di Google, un passo fondamentale nella vita dei ragazzi Z, alla pari di diplomarsi o ottenere la patente di guida.

Sono quindi la prima generazione di mobile shopper, ma non solo. I ragazzi della Gen Z consumano video online come mai prima: 7 su 10 dichiara di guardare video online (inclusi i social media) per più di 3 ore al giorno.

Aspetti di cui i marketer devono ben tener conto, soprattutto se si pensa che il potere d’acquisto totale della Gen Z è oggi stimato attorno ai 44 miliardi di dollari.

 

Gig Economy

La Gig Economy è un termine che descrive un modello economico sempre più diffuso, nel quale il lavoro continuativo (il posto fisso, con contratto a tempo indeterminato) è sempre più raro. Al contrario, in questo nuovo scenario, le prestazioni lavorative vengono largamente effettuate on-demand, cioè solo quando c’è richiesta per i servizi, prodotti o competenze di ciascuno.

Ecco che viene meno la differenza tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi: nella gig economy i lavoratori sono tutti in proprio, e svolgono attività – spesso più di una – di natura temporanea. Questo tipo di lavori possono essere interinali, part time o semplicemente provvisorie.

Un’altra caratteristica peculiare di questo modello è la presenza di intermediari digitali che svolgono da punto di contatto tra domanda e offerta. Pensiamo all’affitto temporaneo di camere (ad esempio Airbnb), di attività da freelance come la progettazione di siti web (Upwork o Fivver), di vendita di prodotti artigianali (Etsy), di trasporti privati alternativi ai taxi (ad es. Uber) o, ancora, le consegne a domicilio (Deliveroo e Foodora). Non necessariamente, però, un approccio lavorativo considerato parte di questo tipo di modello economico deve essere basata su piattaforme digitali: al contrario, anche lavori di tipo tradizionale (come un artigiano che ripara delle biciclette nel tempo libero) potrebbe essere a tutti gli effetti considerato parte della gig economy.

Va da sé che, se si è iniziato a parlare addirittura di un cambiamento macroscopico del modello economico, il numero dei lavoratori autonomi è in forte crescita, con il conseguente sorgere di un dibattito sui diritti di quest’ultimi. Se gli ottimisti da un lato esaltano i benefici della flessibilità e della varietà di questo nuovo modo di lavorare, i critici non possono non sottolineare la difficoltà nel garantire i diritti ai lavoratori, che si trovano spesso senza ferie pagate, assicurazioni mediche o stipendi concorrenziali.

Small Data

Nell’epoca dei Big Data, c’è chi giustamente ha fatto notare l’importanza del non dimenticare l’osservazione qualitativa a favore di quella puramente quantitativa. Il termine Small Data nasce infatti in contrapposizione alla tendenza imperante del basare le strategie aziendali sui grandi numeri, con l’obiettivo di individuarne correlazioni significative. Un approccio sicuramente sensato e dal grande potenziale… ma sarà di per sé sufficiente?

Chi sostiene l’importanza degli small data dice di no. Dare importanza agli small data significa osservare con attenzione e ricavare informazioni qualitativamente significative per i propri obiettivi aziendali, come ad esempio un piano di marketing.

Un caso famoso è quello esposto da Martin Lindstrom nel suo libro ‘Small Data’ a proposito di LEGO. L’azienda dei mattoncini più famosi al mondo, nel mezzo di una crisi in cui si è ritrovata nei primi anni 2000, stava per compiere una scelta rivoluzionaria: rendere i propri mattoncini più grandi, per semplificare il proprio prodotto e renderlo più accessibile.

Questa scelta si sarebbe basata su degli insight ricavati da dei big data. Lindstrom, al tempo consulente dell’azienda danese, ha invece condotto una ricerca con un metodo tanto semplice quanto innovativo: andare a intervistare un bambino di undici anni che possedeva, tra le varie cose, dei LEGO, per chiedergli cosa davvero gli piacesse di quei piccoli mattoncini colorati. La risposta sorprese tutti: quello che davvero il bambino amava dei propri LEGO, era la soddisfazione provata nell’avere nelle proprie mani il risultato di uno sforzo — un ‘trofeo‘ che testimoniasse la sua abilità e il suo duro lavoro a sé stesso e agli altri. Grazie a questa osservazione qualitativa basata sui small data, la direzione che LEGO prese fu completamente diversa: rese i proprio giochi più complessi e ricchi, invece che ingrandire i mattoncini come inizialmente pensato. Fu un successo straordinario, che li portò a essere la prima azienda di giocattoli al mondo.

Insomma, la lezione da imparare è: i nuovi strumenti digitali ci forniscono dati estremamente interessanti su larga scala. Ma non sempre questo è sufficiente. Variabili complesse, come le emozioni umane, non possono sempre essere facilmente ridotte a numeri, e spesso delle intuizioni fondamentali per il tuo business sono nascoste in dettagli che i software di analytics non sanno captare. Per ora, l’unico dispositivo in grado di farlo è l’occhio umano.

 

Scopri qui le marketing buzzword del mese di ottobre.

 

Fonti:

https://www.thinkwithgoogle.com/interactive-report/gen-z-a-look-inside-its-mobile-first-mindset/#dive-deeper

http://blog.terminologiaetc.it/2015/09/17/significato-gig-economy-gigonomics/

http://www.wired.co.uk/article/what-is-the-gig-economy-meaning-definition-why-is-it-called-gig-economy

https://www.amazon.it/piccoli-svelano-desideri-nascosti-clienti/dp/8820376970/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1511717509&sr=8-1&keywords=small+data

Back to Blog

This site or the third-party tools it uses make use of cookies necessary for their operation and useful for the purposes set out in the Privacy Policy. By navigating the site, scrolling this page or clicking "I agree", you are consenting to the use of cookies. To learn more or disable the use of cookies, consult the Privacy Policy

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close